I CASI SONO DUE
di Armando Curcio
Regia di Carlo Giuffré
Questa
scoppiettante farsa napoletana è alimentata da un antico
filone italico, che risale all'atellana e al mimo. Infatti, conserva
il succo mirabile dell'espressione gestuale e dell'assurdo comico,
mai tramontati nel teatro partenopeo, quasi maschere invisibili
incollate in faccia agli attori, dettate dai personaggi che sembrano
scaturiti da vicende ancestrali.
E' troppo dire così? Concesso. Ma allora perché al Teatro Carcano
di Milano, dove è andata in scena la commedia I casi sono
due, scritta nel 1941 da Armando Curcio, e interpretata da quel
grande attore che ha nome Carlo Giuffré, lo scaltrito pubblico di
oggi ha come invaso il palcoscenico per osannare gli attori e gratificarli
di infiniti applausi? Eppure la trama è giocata su una vicenda incredibile,
scopertamente improbabile; le caratterizzazioni trasformano i personaggi
in macchiette schizzate come guazzi un poco impazziti; i dialoghi
si affidano a battute volutamente umoristiche, tra lungaggini che
sarebbe forse opportuno tagliare. Nonostante questo e altro, la
molla comica e lo scoperto e paradossale meccanismo teatrale ancora
incanta e conquista. E ciò sorprende, in quanto il lavoro non nasconde
nulla delle incongruenze dell'impianto, piuttosto ne fa ostentato
castello scenico e non risparmia persino le doppie valenze piccanti.
Ed è tutto dire! Ma il teatro è sempre se stesso, e non invecchia,
soprattutto quando attinge alla farsa, dove tutto è consentito.
La trama vede il nobiluomo Ottavio barone Del
Duca, che trascina la sua esistenza quotidiana tra una immaginaria
malattia e l'altra, curate da abbondanti pillole e medicamenti,
animato da un grande e insoddisfatto desiderio: ritrovare il figlio,
da lui avuto da un giovanile fugace incontro d'amore con una sciantosa.
Per raggiungere lo scopo, paga senza risparmio un'agenzia investigativa,
la quale, nella persona di Sormani, astuto segugio di segreti civili
e personali, svela che il figlio del barone è nientemeno che il
cuoco di casa, Gaetano, simpatico arruffone che ha avuto trascorsi
burrascosi di furtarelli e di imbrogli. Ottavio, al colmo della
gioia, cerca di educarlo e gli insegna i rudimenti culturali. Ma
il Sormani, dopo poco, viene a dire che Gaetano è il figlio sbagliato,
quello giusto è un altro Gaetano, allevato in seminario e afflitto
da manie religiose, imbambolato e incapace di mettere insieme due
frasi sensate: un deficiente totale. Se con il cuoco la vita del
barone è cambiata, e quella del cuoco addirittura esaltata nel ruolo
di improvviso erede, la stessa vita è peggiorata con il Gaetano
che ripete "babbo babbo" in continuazione, e ha la fissa di ripetere
in rima tutte le parole che sente. La delusione di aver procreato
tali figli, e non ancora rassegnato, induce il barone ad altre indagini,
che lo portano a scoprire in un particolare anatomico, volgarmente
detto voglia, localizzato nella parte più segreta del corpo, che
colui che lo ha impresso è connotato indubitabilmente come suo figlio.
Chi è il fortunato possessore del marchio di fabbrica baronale?
Gaetano, il cuoco! Rieccolo riprendere il blasone e l'arroganza,
mentre il povero "babbo babbo" viene allontanato. Colpo di scena!
Gaetano non si fida più della volontà paterna: fin quando verrà
considerato figlio, dopo essere stato scaricato dal primo venuto?
Forte degli insegnamenti ricevuti dal padre, il giovane se ne va
di casa con in spalla tutta l'argenteria di famiglia: rubare al
padre, gli è stato detto in una sua interessata interpretazione
del settimo comandamento, non è peccato, perciò porta con sé quello
che gli spetta.
La morale è che è preferibile la libertà randagia
alla tranquilla esistenza familiare. Tra l'altro una famiglia
stranissima, con una moglie, la baronessa Aspasia, che ignora il
marito e riversa il suo affetto sui cani, tanto che quando l'animale
muore la disperazione si fa presente, e per fortuna ecco apparirne
subito un altro il quale, inevitabilmente, verrà chiamato Gaetano.
Ottavio si consola della fuga filiale dicendo che i figli sono nostri
se si allevano, non quando si trovano per caso o a tutti i costi.
Si diceva della farsa, e questa si affida a quel filone comico di
tipo scarpettiano allora in voga sulle scene napoletane, nel quale
sovente la debolezza della trama è riscattata dalle trovate, dalle
battute improvvise e dai giochi di parole, oltre che dalle caricature
sopra il rigo dei personaggi. E ciò attinge a quell'antico teatro
cui si accennava, e al quale il pubblico tuttora consente entusiasta. Giova alla commedia l'ambientazione anni Trenta, suggerita
dalle musiche d'epoca suonate dalla radio, cantate e ballate dai
servi di casa: quasi un personaggio in più, quell'apparecchio demodé.
Carlo Giuffré impersona il barone Ottavio con
i mezzi scenici che, a detta dei critici, ricorda e talora supera
Eduardo, e il giudizio può essere condiviso poiché l'attore è misurato
e parco, elegante come un hidalgo, e popolano come un vero napoletano:
ritratto di un mondo solo locale perciò irripetibile. Angela Pagano
è Aspasia, figura tracciata senza particolare evidenza, salvo quella
cinofila. Spicca il Gaetano di Ernesto Lama, sorta di maschera cui
è consentito fare quello che gli piace e anche di più, ma in sostanza
attira per l'improntitudine e la simpatia che lo anima. Anche il
Gaetano numero due è interpretato caricaturalmente da Gennaro Di
Biase, volutamente schizzato per deridere una educazione marcata
dalla esagerata religiosità. Piacciono il Giuseppe cameriere flemmatico
e pacioso di Vincenzo Borrino, la bella prova di Paola Terrazzo,
cameriera opportunista, e Pierluigi Iorio nel maggiordomo Federico
che si muove da par suo e si adegua a tutte le varie situazioni.
Una parola per il Sormani di Danilo della Calce, le cui investigazioni
sono pari all'ingenua generosità monetaria di Ottavio, e concede
quello che da lui si attende, Una bella galleria di sagome teatrali.
Dateci ancora commedie così.