I DEMONI
di Fedor Dostoevskij
Regia di Peter Stein
I
démoni, tratto dal romanzo scritto da Fedor Dostoevskij intorno
al 1870, è giustamente considerato l'evento dell'anno, se non altro
per la straordinaria complessità e lunghezza dello spettacolo, allestito
a Milano in un Hangar della Bicocca, per la regia del tedesco Peter
Stein, uno dei più capaci e coraggiosi registi europei.
Vale aggiungere che il lavoro ha ottenuto il Premio Ubu quale migliore
spettacolo del 2009, quando fu rappresentato per sole quattro recite
nella residenza umbra del regista. Traversie di vario genere ne
hanno ostacolato il debutto con lo Stabile di Torino, ma sia la
TieffeTeatro milanese che lo stesso Peter Stein con la sua società
Wallenstein, e il contributo dell'Assessorato alla Cultura, hanno
consentito che Milano potesse accogliere questa colossale produzione
teatrale, punto di partenza per una impegnativa tournée nazionale
e internazionale.
Colossale è il termine esatto, considerando i numeri che caratterizzano
lo spettacolo, il quale dura quasi dodici ore: intervalli e pasti
compresi che lo fanno tuttavia attivo per oltre otto ore; 26 attori
in uno spazio smisurato dove accadono le più tragiche, violente
e appassionate vicende contenute nel romanzo di quasi 900 pagine,
adattato dallo stesso regista. Uno sforzo teatrale immane, anche
se non inedito: si pensi al famoso Faust di Strehler, o alle ronconiane
produzioni. Peter Stein è noto per avere allestito spettacoli della
durata di 10 ore e anche di due giorni, come Faust, e l'intero ciclo
di Wallenstein , di Friedrich Schiller.
Ciò premesso, e soggiunta l'impossibilità di raccontare la tanto
aggrovigliata e densa di accadimenti trama, che riguarda una città
della provincia russa, le cui classi sociali simboleggiano quanto
sta per avvenire nel Paese, e come lo sguardo dell'autore ne osservi
disperatamente lo sviluppo, è doveroso che, almeno personalmente,
si registrino le calde impressioni e le emozioni provate durante
lo spettacolo.
Dostoevskij, nato a Mosca l'11 novembre 1821, è lo
scrittore che, più di qualunque dei geni contemporanei che hanno
siglato la medesima epoca, ha interpretato nella propria vita la
drammaticità dei personaggi che creava, e donava loro abissi di
esistenza e riflessioni altissime di religiosità e di idee.
Figlio di un medico soldato, il nostro viene avviato alla scuola
militare per ingegneri e promosso ufficiale. Ma presto lascia la
carriera per dedicarsi alla letteratura. Nel 1846 scrive Povera
gente, romanzo che lo rende subito celebre. Altri tentativi letterari
lo scuotono nel profondo, in quanto non riusciti per colpa della
malferma salute. Nel 1849 è arrestato per cospirazione rivoluzionaria
e condannato a morte. Solo all'ultimo istante, già sul palco del
supplizio, arriva la sospensione e la condanna a quattro anni di
lavori forzati in Siberia, dove le sofferenze gli ispirano i drammatici
racconti: Diario di uno scrittore, e Memorie da una casa di morti.
Terminata la condanna, gli è imposto di trascorrere, come soldato
semplice, un periodo di soggiorno in una città siberiana, dove si
sposa; con sua moglie, dopo tre anni torna, finalmente riabilitato,
a Pietroburgo. Qui lo scrittore riprende a comporre, ma si concede
anche a una vita disordinata, tra debiti provocati dalla passione
per il gioco e per la roulette. Rimasto vedovo, si accinge a viaggiare
in vari paesi europei, tra cui l'Italia; nel 1866 appare Delitto
e castigo, il capolavoro che gli dà fama, denaro, e molti creditori
alle calcagna. Si risposa con una ragazza assai più giovane di lui
e va a vivere a Dresda. Scrive L'idiota ed è sempre più afflitto
dalle malattie e dai debiti di gioco, tanto che ritorna a soggiornare
brevemente in Italia. Nel 1870 scrive I démoni, e nel decennio
che va sino all'80, I fratelli Karamazov. Un successo universale
strepitoso. Ma la salute è ormai compromessa: epilessia, disturbi
polmonari, notti insonni trascorse a scrivere, e creditori implacabili
lo tormentano senza requie. C'è la gloria letteraria, dovuta ai
capolavori composti febbrilmente, ed è sorretto dalla moglie affettuosa
e devota, ma non basta: improvvisamente una emorragia polmonare
lo stronca e lo scrittore muore a Pietroburgo il 28 gennaio 1881.
Brevi cenni biografici per scandire un'opera, I
démoni, che riassume in sé il piccolo universo di una società
provinciale percorsa da crisi sociali, fremiti rivoluzionari, egoismi
sfrenati, congiure, uccisioni, suicidi, retta da un governatore
inetto, reso cornuto dalla consorte; vessata dalla prepotenza di
una donna benestante, che comanda su tutto e su tutti, persino sul
figlio, un giovane scapestrato e dissoluto, preda dei suoi istinti,
che alla fine si sparerà disperato. Insieme venata da pulsioni morali
e religiose, dove il nome di Dio è continuamente declinato: per
essere negato o supplicato. Un coacervo di umanità malata, abitata
da quei démoni che la muovono e la condizionano, quando qualcuno
rivela che, come nel Vangelo, la diabolica legione che abita l'uomo
posseduto e lo tormenta, si riversa nel branco di porci che si precipita
in massa dal dirupo in mare. Sono loro, si dice, sono gli uomini
della città la dimora dei démoni che infettano la Russia.
Il rutilante, apparentemente scomposto intreccio di anime e personaggi,
scorre in sequenze sempre rinnovate, che contengono dialoghi e monologhi,
scene d'assieme corali, attacchi epilettici, discorsi filosofici
che accreditano il suicidio di massa, con teorie nichiliste e socialiste
che sfociano in un attentato e poi in un vigliacco assassinio; c'è
il ricorso a un monaco santo che possa illuminare la crisi spirituale;
ma si assiste pure a un adulterio e si insinua uno sporco rapporto
pedofilo. Disgraziati matrimoni nascosti, poi svelati da lettere
anonime e pubblicamente dichiarati; un parto, il cui padre felice
è immediatamente ammazzato; l'incendio dell'unica fabbrica della
città e la conseguente sommossa… Riunioni sindacali che terminano
nel fuoco di un attentato; la solenne processione religiosa cui
fa seguito un comizio, e poi una festa che finisce in gazzarra…
La poderosa, miserabile parata di questa povera umanità di donne
e uomini che si flagellano, non sanno, e non possono vivere decentemente
si svolge davanti agli occhi degli spettatori, come un film che
cerca, e ci riesce, di raccontare la vita in tutti i propri antri
segreti, descrivere i difetti e le poche virtù dei personaggi che
Dostoevskij ha voluto impietosamente rappresentare. E dove non manca
però un filo di ironia e di caricatura. I démoni scritto per opporsi
al Turghienev di Padri e figli, un autore di cultura occidentale,
noto per la misura e l'ordine che non erano nella straripante e
meravigliosa penna del rivale.
La sua è una denuncia senza sconti della società,
forse una confessione di quanto e cosa egli provava: nel male e
nel bene; anelito che troviamo in tutte le sue opere: l'orrore per
i suoi simili, che è uguale a quello che egli nutriva verso di sé;
mitigato dalla compassione, data dalla miseria che vedeva intorno,
e che fa sua con immediatezza e la identifica con la propria situazione,
la quale, ahimè, gliene forniva i motivi. Tale filosofia è imbevuta
di religiosità, lo scrittore era profondamente credente, era un
innamorato di Cristo, sebbene non tralasci di criticare la chiesa
e i suoi membri.
E' ancora attuale il suo proposito esposto con crudele verità nei
suoi capolavori? Gli uomini sono sempre stati uguali, e lo saranno
sempre con i loro peccati, difetti, debolezze; ogni periodo storico
ne caratterizza gli episodi e li personalizza, se possiamo dire
così, ma non li cancella, solo li modifica. In Dostoevskij sappiamo
che qualunque cosa egli racconti, c'è la sincerità della grandezza
letteraria, e la bellezza perseguita come un ideale, oltre che la
verità cristallina che lo animava e, occorre ricordarlo, pure la
speranza di un futuro migliore.
La traduzione spettacolare del grande libro, assomiglia
a una potente lezione di teatro, in cui è privilegiato l'aspetto
attori/attrici miniati nei particolari interpretativi, sino a trasformarli
in perfetti personaggi che di proprio, nel senso di persona che
recita, non hanno più niente: solo ed esclusivamente la caratura
di chi incarnano e a cui danno scenicamente vita. La magia di Stein
li ha cesellati, così da apparire creature di quel mondo, espressione
autentica del male demoniaco nel quale stanno immersi. Neppure per
un attimo, nonostante la spropositata lunghezza e fatica dello spettacolo,
essi tradiscono le intenzioni registiche, anzi ne riflettono la
totalizzante creatività in gestualità, parole, modo di essere. Perciò
si vuole accomunarli tutti, senza citazioni di nomi, in un ensemble
indimenticabile di grande teatro.
La immensa area dell'Hangar si rivela come uno spazio atto a essere
trasformato in molteplici e deputati ambienti, creati a vista, e
con pochi e scelti mezzi a suggerirli. Il dinamismo diventa la cifra
necessaria per consentire al pubblico di adattarsi, e trasferire
l'attenzione lì o là, ove l'azione impone che egli si concentri.
Un modello quasi cinematografico di conduzione scenica trasloca
la partecipazione e la cattura, e sia pure nell'affastellamento
degli avvenimenti, e proprio per la numerosa mole degli stessi,
lo spettacolo fa scattare la molla per immergersi nell'universo
voluto dall'autore, e ricreato dal regista.
Dostoevskij è già stato più volte rappresentato in teatro, e non
sempre felicemente, dipende da chi si accinge a tradurre in messa
in scena le sue opere discusse. Adesso è toccato a I démoni.
Si poteva tagliare la fluviale saga provinciale russa? Chi ha letto
il romanzo assicura della fedeltà alle sue pagine; la caparbia decisione
del regista tedesco fa testo sulla integrità voluta e realizzata.
Naturalmente, il vantaggio dello spazio, il superamento del tempo
necessario allo svolgimento del complesso racconto, e la disponibilità
fruitiva di chi assiste alla vicenda, vecchia di oltre un secolo,
eppure ancora valida ed emozionante, fanno sì che l'impresa venga
applaudita come è avvenuto al termine, allorché, tutti in piedi,
gli spettatori dell'Hangar Bicocca hanno decretato un trionfo al
regista, ai ventisei splendidi interpreti e ai tecnici che hanno
dato anima e nervi per la eccezionale riuscita dello spettacolo.
Il quale, sia detto, esige un amore al teatro che è fuori dall'ordinario.