Trenta
frammenti di vita distribuiti tra il 1989 e il 1999, in Svezia,
protagonisti Erik, editore, sua moglie Ann, medico; Stefan, autore
di teatro e Emma, una donna che aspira a diventare scrittrice. Rappresentano
l'agiata classe borghese, benestante e intellettuale della Stoccolma
di questi tempi. Ciò che succede nei dieci anni è raccontato in
Dettagli, scritto dal sessantacinquenne autore svedese Lars
Norén, drammaturgo di successo, anche internazionale, definito l'erede
di Strindberg e di Bergman.
Lo spettacolo è andato in scena al Piccolo Teatro
Studio di Milano, per la regia dell'affermato Carmelo Rifici,
allievo di Luca Ronconi, che ha diretto l'acre testo di Norén. I
trenta dettagli percorrono l'esistenza amorale e libera del
quartetto, che in successione si incontra e si mescola, in tutti
i sensi, in un molteplice ménage di rincorse al successo letterario,
al sesso e al matrimonio, alle difficoltà, e alle malattie di cui
sono afflitti.
Erik, nonostante i tentativi della moglie, non riesce
a farle avere un figlio, anche se ne ha avuto uno, Daniel, da una
donna frequentata prima delle nozze con lei. Conosciuta Emma, per
un manoscritto portatogli in lettura, Erik se ne innamora, divorzia
dalla moglie, e la sposa. Stefan si è presentato al pronto soccorso,
dove viene curato da Ann. È un drammaturgo di talento che conosce
presto il successo; ma ha il culto di se stesso e si inventa di
continuo storie diverse; se la farà con Emma, che sposa, e con altre
donne.
Il carosello degli scambi pone in mostra i caratteri
e le patologie, di cui essi soffrono. Emma è autistica, e assai
fragile; Ann, straziata dal problema della mancata maternità e dall'andamento
matrimoniale, viene anche ricoverata, per un certo tempo, in una
clinica psichiatrica. Erik è un superficiale cui non interessano
assolutamente gli altri, mentre Stefan è un ambizioso, nonché ipocondriaco
sessuale e un immorale confesso. All'interno di questi rapporti,
nei quali non sono estranei aspetti erotico/masochistici, e prevale
un senso di distruzione, circola un sotterraneo senso del fallimento,
mascherato dalla patina del perbenismo di facciata, e forse la nostalgia
di qualcosa che non c'è più - c'era per esempio in Bergman: il suo
senso morale religioso - che potrebbe formare una sorta di riscatto:
la voglia di maternità, che diventa ossessiva.
Insieme, quasi un intrigo sociale, c'è il richiamo
al nazismo che, secondo l'autore, la Svezia non ha ancora ben sedimentato
e rimosso; si intreccia pure la questione ebraica, quando viene
affacciata in Ann, figlia di padre ebreo, la cui famiglia è stata
sterminata dai tedeschi, con le implicazioni che, alla fine, la
porteranno in Palestina, ove troverà un legame con il figlio di
Erik, Daniel, e una composizione con se stessa che, forse, la pacificherà.
Dramma in cui sono suggeriti gli stimoli e i dettagli,
quali esempi di una porzione di società che ha nel proprio corpo
una perniciosa malattia, conseguenza di troppe cause, come un puzzle
da ricomporre scavando a fondo. Il lavoro di Norén è certamente
eccessivo, ma congeniale per penetrare direttamente, con il bisturi
del teatro, nella polpa marcia delle sue creature. La denuncia delle
ferite che lacerano il corpo dei personaggi è richiamata dal sangue:
sangue che esce dalla bocca di Stefan, convinto di avere contratto
l'AIDS in Africa; sangue dall'incinta Emma, con il doloroso aborto
spontaneo che l'accompagna; sangue provocato dalla mutilazione intima
che si auto infligge Ann, in clinica.
Il dialogo pervasivo, insistito sino alla minuzia,
attinge alla normalità e, talora, alla volgarità ostentata. Il sospetto,
dettato dall'abitudine di cogliere comunque un messaggio positivo
in ciò che viene rappresentato, potrebbe far esclamare che Dettagli
è uno spettacolo negativo, con la domanda del perché sia stato
allestito. E non è vero. Dettagli contiene una provocazione
voluta, la sirena d'allarme - che a tratti risuona nel lavoro -
potrebbe significare l'avviso per chi sa culturalmente avvertirne
il pericolo. A Stoccolma è così, dice lo scrittore, la gente bene
assomiglia terribilmente ai personaggi malevoli e malati, i quali
cercano, senza trovarla, una sistemazione interiore nella condotta
senza freni, nell'affermazione di se stessi, nel sesso brutale,
nel farsi male reciprocamente; persino nel compiacimento di citazioni
filmiche e letterarie, nella moda di una fuga nel patrimonio paesaggistico
e artistico italiano che tanto piace al Nord, ma il pericolo è esattamente
quello di arrivare a essere come loro, sprofondati in un inferno
personale e sociale privo di gioia. Forse lo siamo già: un occhio
alla politica, e a ciò che ci circonda, con quel che vediamo.
Non ci sentiamo di accusare un testo duro, nuovo,
tradotto in spettacolo alla maniera esplicita, cui assistere con
la maturità e la freddezza che si assumono di fronte a un'autopsia,
la quale non concede pietà, ma evidenzia il tessuto e le cause nascoste
che lo hanno reso malato sino alla necrosi. Non andiamo oltre, ma
questo è teatro, che non diverte al senso solito, e il cui scopo
è provocare lo spettatore e imporgli di interrogarsi.
La realizzazione è perfetta. Rifici ha scelto
di ambientare i passaggi e le trenta scene con lo scorrere delle
date e dei luoghi su display in uso nelle stazioni e negli aeroporti:
avvisi di arrivi e partenze, posti di passaggio nei quali non è
possibile ancorare la vita e se stessi. Spostamenti a vista dei
materiali scenici e proiezioni cinematografiche di supporto. Però,
è la resa dei personaggi da parte degli attori l'autentico valore
aggiunto dello spettacolo: un'interpretazione difficile, bellissima
perché semplice e conforme al forte dramma di Norén. Elena Ghiaurov
è Ann con la immedesimazione e l'audacia interpretativa necessaria
alla sua devastante patologia. Emma, Melania Giglio, mostra la propria
fragilità, la menomazione e tutto il peso del personaggio: una prova
coraggiosa. Erik lo fa Giovanni Crippa, naturale e aderente personificazione
all'elegante e superficialmente cinico personaggio. Crudele sino
allo spasimo lo Stefan di Francesco Coltella, quasi mostruoso nell'ambizioso
cinismo e nella fame sessuale che lo pervade. Gianluigi Fogacci
è il padre di una figlia paraplegica, Silvia Pernarella, figure
di contorno nei dettagli di un film girato dall'autore Stefan.