DIE PANNE
La notte più bella della mia vita
Di Friedrich Durrenmatt
Regia di Armando Pugliese
Che
bella commedia! L'idea del più grande scrittore svizzero di teatro
(1921-1990), la traduzione di Italo Alighiero Chiusano, l'adattamento
di Edoardo Erba, la regia di Armando Pugliese e l'interpretazione
di un cast azzeccato di attori hanno contribuito a fare di Die panne
un interessante e significativo spettacolo, ospitato con successo
al Teatro San Babila di Milano.
Datato 1956, il lavoro, nato come romanzo breve, quindi reso teatrale,
e anche filmico, si presenta come una parabola noir, intrisa di
umorismo, che nello svolgersi acquista l'aspetto di un processo
con le implicazioni di un'indagine che si fa autentica, con tanto
di sentenza.
Tutto inizia come per gioco, è anzi un gioco che tre legulei in
pensione sono usi trasformare in passatempo, motteggiando in rivissute
fasi processuali famosi personaggi storici: Socrate, Federico di
Prussia, persino Gesù Cristo… per rivivere con loro le antiche professioni
di un tempo. Werge era un giudice; Zorn, un procuratore e Kummer
faceva l'avvocato. Ciascuno assume il ruolo che gli era congeniale
e la sede è la bella villa di montagna, arredata con mobili massicci,
di Werge, che la condivide con la nipote Simone, una giovane attraente,
e assai ambigua. Con il gruppo c'è anche Pilet, un omone che una
volta esercitava la professione di boia e ora fa il cuoco della
congrega e prepara manicaretti succulenti e pietanze straordinarie.
Il rituale consiste nel processare qualcuno, mangiare bene e, soprattutto,
bere vini di classe, serviti da Simone con piccanti atteggiamenti.
Avviene che una sera si presenta alla villa un certo Alfredo Traps,
rimasto in panne con la sua splendida Jaguar. Egli chiede informazioni
e aiuto, e Werge si offre di ospitarlo per la notte. Traps nicchia,
ma poi accetta attratto dalle fisiche grazie di Simone e dalla cortesia
del padrone di casa. Giungono gli amici per trascorrere la serata
e formalizzare il consueto gioco del processo. Le bevute si susseguono
con un rito preciso di assaggi, e le portate di Pilet si moltiplicano.
Traps, naturalmente, si trova suo agio e acconsente senza problemi
all'invito di fare da imputato al passatempo dei tre vecchi. E'
un buontempone, il nostro, pronto di parole e confidenziale. Così,
tra una bevuta e un piatto appetitoso egli si racconta per intero.
Alfredo è un importante personaggio nella azienda tessile, nella
quale, partito come umile piazzista si è fatto poco a poco una posizione
lavorando duro; ha quattro figli, una moglie, e non rifiuta di correre
qualche avventura sessuale durante gli spostamenti e i viaggi professionali.
Per esempio, Simone gli piace e lei ammicca. I tre esperti marpioni,
durante la cena lo interrogano e lo sottopongono a un reticolo di
domande; Traps risponde volentieri, svelando che è stato per anni
vessato dal suo capo, un delinquente senza scrupoli, sofferente
di cuore, con una consorte disponibile, alla quale Alfredo ha fatto
la corte e qualcosa di più. E' un divertimento assecondare Zorn,
il procuratore, che lo assedia di richieste, indovina gli sviluppi
e traccia il comportamento dell'imputato boccalone, mentre bicchieri
e portate non cessano di apparire e scomparire nello stomaco. E'
avvenuto proprio come dice Zorn: Traps è andato a letto con la insoddisfatta
moglie del collega e, tramite una terza persona, lo ha fatto sapere
al marito, che, ignaro e malato, non regge al tradimento e un improvviso
infarto lo stronca. Da questo è nata la sua fortunata carriera,
il posto importante, la Jaguar che ha sostituito la piccola macchina
di servizio, i soldi abbondanti e tutto il resto. Si vanta, l'umile
ex piazzista, che ha conseguito la sola licenza media e ha sgobbato
per giungere a essere quello che è. La conclusione del "tribunale"
è però quella di definirlo un assassino, meritevole della pena di
morte. Invano l'avvocato Kummer gli ha consigliato di tacere, di
essere prudente e lo difende sino a chiedere per lui l'assoluzione
per mancanza di prove. Alfredo non ci sta, il vino e l'euforia di
essere riconosciuto per un grande arrivato, e il divertimento procurato
dal processo cui è stato sottoposto lo esaltano. Sì, lui è un assassino,
però giustificato dalle umiliazioni che ha dovuto sopportare, dalla
naturale smania della carriera e del potere, ma quanti lo sono per
gli stessi motivi, o quasi? Perciò rifiuta ogni formula assolutiva
e, coerente con la sentenza del giudice Werge, ormai ubriaco e convinto
sino in fondo della esattezza del verdetto, si "autopunisce" impiccandosi.
Il boccalone, esclamano i tre vecchi legulei, non possedeva il loro
medesimo spirito umoristico. Peccato! Per essi, quella è stata la
più bella notte della vita. Più Durrenmatt di così, è impossibile.
Proviamo ad analizzare ciò che evidenzia la parabola divertente
e tragica del grande svizzero. Alfredo Traps è uno che si è fatto
da sé; è privo di una seria cultura, parla in maniera popolare,
però è scaltro, lavoratore, intelligente, ambizioso e simpatico.
Un normalissimo individuo dalla moralità molto labile, dai programmi
vitali precisi, per lui conta la famiglia, la professione, l'apparire
e il possedere. Si potrebbe dire che tanti, ospitati nella villa
montana e provocati come lui in un processo, probabilmente reagirebbero
pressappoco allo stesso modo. Il processo, per i tre sapienti vecchi
della villa, è soltanto un gioco che li aiuta a trovarsi e a stare
a tavola, ma per Alfredo no: lui non gioca, perché si scopre e si
compiace, e per la prima volta conosce se stesso e se ne fa una
ragione. Ma non si pente, anzi gode delle conseguenze, però la complicità
della compagnia, l'ebbrezza del vino ingurgitato abbondantemente,
la mancanza di una solida morale e la soddisfazione di un appagamento
reso vivo da quei giudici, lo elevano ancora di più ai suoi sensi
di grande personaggio. Il processo è stato vero, una prova del nove
della riuscita nella vita.
Personalmente ho letto in Traps un sunto delle tre idre raccontate
da San Giovanni nell'Apocalisse, cioè i grandi difetti capitali
che affliggono gli uomini: la superbia della vita, la concupiscenza
della carne e la concupiscenza degli occhi, ovvero l'avarizia. Alfredo
le incarna tutte, e si riscontrano nei fatti da lui stesso narrati.
La carriera e il percorso per giungere ad essere qualcuno sopra
gli altri, è la ambizione superba che lo muove e non lo fa recedere
neppure davanti all'omicidio, sia pure indiretto. La donna che continuamente
cita come oggetto di divertimento, superando con facilità i legami
familiari, e l'attrazione dimostrata verso la provocante Simone
è la lussuria che serpeggia senza alcun freno. La Jaguar è il simbolo
del potere conseguito e della ricchezza ostentata nei riguardi del
mondo.
Altro si può riscontrare nella commedia. Per esempio, quei giudici
che, (in)consapevolmente, emettono un verdetto di giustizia senza
paludamenti, per gioco, appunto, sono strumenti di un fato che presenta
i suoi conti finali. A rigore, il processo intentato potrebbe avvenire
nella testa di Traps, forse addirittura lo attende. La figura di
Simone è interessante, la ragazza stura di continuo bottiglie e
riempie i bicchieri con voluttà, è la distributrice del vino che
assomiglia al propellente che alimenta l'indagine orientata verso
la verità e l'abisso, l'autore le ha dato un senso un tantino diabolico,
come di tentatrice. Inquietante e misteriosa la personalità di Pilet,
cuoco inesauribile di leccornie, e personaggio che non c'entra con
il processo, ma c'è: sembra apparire con delle "vittime" trasformate
in vivande.
La conduzione registica si esercita nel grottesco e nel divertissment,
una giostra dove si ride e ci si trastulla, il dialogo è sempre
gustoso e fitto, molto intelligente; ma sotto scorre un rivolo di
seriosità e di suspence che attira e diverte. Sino al tragico e
sorprendente finale.
Bella l'interpretazione di tutti, versata sul satirico e la caratterizzazione.
Gianmarco Tognazzi è centrato nel ruolo del piazzista presuntuoso
e caciarone, parolaio simpatico sapendo di esserlo, dalla dizione
periferica di frequentatore di bar sulle strade. I tre vecchi sono
disegnati come caricature di professionisti in pensione, ma non
domi e pronti al ruolo, specialmente Zorn. I loro nomi: Bruno Armando,
Giovanni Argante e Franz Cantalupo, meritano un plauso corale. Lombardo
Fornara è Pilet. Simone la recita, e la definizione è realistica
rispetto al suo personaggio reso sopra il rigo, la bella Lydia Giordano.