DONA FLOR E I SUOI DUE MARITI
Dal romanzo di Jorge Amado
Regia e drammaturgia di Emanuela Giordano
Lo
spettacolo è un adattamento del celebre romanzo omonimo, scritto
oltre quarant'anni or sono dal grande autore brasiliano Jorge Amado,
morto nel 2001, ambientato nella città di Bahia, ove l'autore ha
immesso i colori, gli stimoli, gli umori viscerali e la variegata
cultura della sua patria. Spettacolo che si presenta come un inno
gioioso di vita e di licenze, senza tuttavia offendere la suscettibilità,
anche se la morale rimane in ombra. Quando uscì il film, diretto
da Bruno Barreto con Sonia Braga protagonista, la chiave usata fu
lo sfondo del carnevale con tutta la bellezza e la fantasia che
i brasiliani sanno sviluppare nell'evento per essi più importante
dell'anno. E fu un successo mondiale, che si è ripetuto nelle trenta
traduzioni del romanzo, e continua con lo spettacolo andato in scena
al Teatro Manzoni di Milano, per la regia di Emanuela Giordano.
La storia vede il sipario aprirsi sulla veglia
funebre intorno alla salma di Vadinho, giovane marito di Dona Flor,
improvvisamente deceduto. Era un uomo discusso, Vadinho, dissoluto
e libertino, giocatore d'azzardo ma anche grande amatore della moglie
che adesso lo piange disperata. Non così Dona Rosilda, madre di
Flor, che ne benedice la scomparsa. Intorno, le comari del quartiere
commentano l'accaduto: pregano e spettegolano. Più in là, un terzetto
di musicisti accompagna il racconto con musiche adatte e bellissime. Passa il tempo. Dona Flor sente la solitudine, e le comari
la sollecitano ad avvicinare il dottor Teodoro, il preciso e serio
farmacista che è ancora scapolo e molto desiderabile. Il matrimonio
avviene e il menage prende corso. Teodoro è un pignolissimo uomo
che predispone, organizza e ordina in schemi esatti tutto il proprio
comportamento e pure quello della consorte, che dolcissima e remissiva
si adatta a lui benevolmente. Ma, il perfetto andamento familiare,
dopo un po', lascia spazi nella fantasia della sposina, la quale
incomincia a sognare il suo ex marito, tanto espansivo e sensuale.
L'amore con lui era una festa, con Teodoro è soltanto un programma
ben calibrato di giorni e orari.
Fatto si è che, come richiamato, Vadinho appare a lei, solo a lei,
e desidera riprendere le belle abitudini di un tempo. Il suo corpo,
per Flor, è vitale come allora, Vadinho è un fantasma, certamente,
ma anche un uomo con i suoi appetiti, e questo sconvolge Flor che
ha stretto un patto d'amore con il suo premurosissimo consorte.
Ella ama il marito, ma anche Vadinho è (stato) suo marito, e se
il primo le dona la sicurezza, il secondo le regala tutto il resto:
piacere, soddisfazione, sorpresa, gioia carnale, sofferenza… la
vita! E Flor si adegua: dall'uno ha onestà e affetto, dall'altro
la fantasia che le allieta l'esistenza.
La madre è felice dell'unione di Flor con un dottore tanto educato,
e le comari, coro sociale che non si concede un attimo di sosta,
seguono passo passo gli sviluppi sentimentali dell'amica e si felicitano
per la sua finalmente ritrovata serenità.
Il divertimento di Dona Flor e i suoi due mariti
è innegabile e si gode per la colorata realizzazione spettacolare,
sia scenica che interpretativa. Va accettato il paradosso di
una moglie che se la fa con due mariti: uno vivo e l'altro reso
vivo dalla sua immaginazione, dei quali e con i quali appare fedifraga.
Lo si prenda però con leggerezza, come un adulterio per ridere,
una variazione del triangolo classico tante volte visto a teatro.
Se una riflessione è concessa, va fatta sull'insoddisfazione di
Flor per entrambi: Vedinho ha le sue pecche, e Teodoro altrettanto,
sebbene opposte, il marito ideale è colui che assomma le qualità
del primo e del secondo, e la moglie tanto buona e remissiva si
accontenterebbe pienamente. Troppo facile! Il romanzo di Amado non
sarebbe stato scritto, e lo spettacolo non si sarebbe realizzato
e noi spettatori non avremmo riso e goduto delle avventure di Flor
e dei suoi impagabili mariti.
La regia ha giocato ponendo in risalto le caratterizzazioni
di tutti i personaggi. I due uomini, interpretati da un pimpante
Pietro Sermonti, Vedinho, e da un noioso ma esilarante Paolo Calabresi,
Teodoro, agitano il talamo coniugale con comica disinvoltura, e
interagiscono tra di loro e con Flor, che Caterina Murino tratteggia
con dolcezza e remissività: non si rivolta mai, accetta tutto con
disponibilità amorosa, una vera moglie che li rende entrambi felici.
Scatenata la Dona Rosilda di Serena Mattace Raso, suocera a ventiquattro
carati. La sorpresa è il trio delle comari, reso con impareggiabile
piacevolezza di battute al pepe, ironia, movenze e canti da Simonetta
Cartia, Claudia Gusmano e Laura Rovetti, bravissime. Le musiche,
create per lo spettacolo, e suonate al vivo da Massimo De Lorenzi,
Ermanno Dodaro e Giovanna Famulari, formano un personaggio in più,
che arricchisce la già divertente vicenda, e la trasforma quasi
in un'operina buffa.
Scene evocative fatte di immagini di luoghi deputati e cangianti
secondo lo sviluppo del lavoro; costumi griffati di Dolce&Gabbana.
Insomma, un bello spettacolo.