DONNA ROSITA NUBILE
di Federico Garcia Lorca
Regia di Lluis Pasqual
Per
la seconda volta, il Piccolo Teatro si avvale dell'arte di
Lluis Pasqual, il regista spagnolo che ha realizzato il testo Donna
Rosita nubile, di Federico Garcia Lorca, dopo la messa in scena
di La casa di Bernarda Alba, dello stesso autore, spettacolo ospite
rappresentato al Teatro Studio, e da alcuni considerato il più bello
e originale di tutta la stagione. Donna Rosita nubile è un allestimento di straordinaria eleganza
teatrale, impregnato di poesia muliebre che stupisce per la bellezza
e la melanconia di cui è intriso. L'autore è il poeta andaluso che
si valorizza più il tempo trascorre, e la sua arte, che riflette
l'anima della Spagna, lo svela al pubblico come il testimone discreto
e profondo della cultura multiforme del suo bellissimo Paese.
Federico
Garcia Lorca era nato nel 1898 nei pressi Granada; aveva studiato
giurisprudenza per accontentare il padre; si era accostato anche
alla musica e iniziato a pubblicare poesie nel 1918, con una vena
spontanea e feconda. Nel 1920 avviene la prima rappresentazione
del suo testo teatrale Il maleficio della farfalla, che ebbe un
esito disastroso. Egli non si scoraggia, possiede una tendenza fortissima
per il teatro, tanto che, con suoi testi, collabora con il musicista
Manuel De Falla, e scrive favole per bambini. Nel 1927 va in scena
Mariana Pineda, con scene di Salvador Dalì, commedia che piace;
nel 1930 viene rappresentata La zapatera prodigiosa, una "farsa
violenta" che ottiene successo soprattutto nell'America Latina,
dove Federico si recherà in seguito. Dello stesso anno è la prima
stesura de El publico, a New York, testo che vedrà la realizzazione
solo nel 1986 al Piccolo Teatro di Milano, proprio con la regia
di Lluis Pasqual, allora allievo di Strehler. Alla città di New
York dedica la sua opera più complessa Poeta en New York. Del 1932
è Nozze di sangue, tragica vicenda rusticana di un amore represso;
del 1934 Yerma, un'altra tragedia intorno al tema della sterilità.
L'anno dopo viene allestita a Barcellona Donna Rosita nubile, intensamente
pensata da Lorca sin dal 1924, cui fa seguito il suo capolavoro
La casa di Bernarda Alba, pubblicata postuma. Coinvolto in politica,
e simpatizzante della sinistra, di cui condivide con molti artisti
gli intenti e la finalità, Garcia Lorca, viene ucciso in piena guerra
civile da squadre falangiste nell'agosto del 1936 in un bosco nei
dintorni di Granata, e il suo corpo non è mai stato ritrovato.
Di Lorca, è detto che aveva nel sangue la vena secca e tumida degli
altopiani sferzati dal vento; recava nei suoi versi il surrealismo
ispirato dagli alberi spogli, in perenne lotta con gli elementi
e con il sole accecante: natura matrigna e ingrata, ma adorata e
nella quale si riconosceva. Gli amici lo descrivevano ardente, comunicativo,
dedito al lavoro, pieno di vita e di voglia di comporre. Con le
donne era severo, dicono, da qui il sospetto della sua omosessualità,
confessata ne El publico, però mai ostentata, quasi una piaga segreta
che sanguina senza che nessuno sappia. Forse la sua uccisione fu
in qualche modo motivata proprio dalla omosessualità, oltre che
dalle simpatie politiche repubblicane.
A noi italiani, il suo teatro evoca gli echi di Verga e D'Annunzio,
per le atmosfere accese e la passioni descritte con accenti veristici.
Ma il suo delicato e turgido porgere teatrale, è essenzialmente
spagnolo e solo lì è lecito collocarlo, per apprezzarlo poeticamente.
Va ricordato che Lorca aveva una compagnia di attori, fatta di studenti
e studentesse, con i quali girava la Spagna offrendo gratuitamente
alla gente gli spettacoli classici, magari riveduti, per riportare
nel popolo il "gusto della poesia", come disse Silvio D'Amico. Si
chiamava "La Barraca", ed era costituita da alcune automobili e,
appunto, da attori filodrammatici, che "asceticamente" vivevano
di un modesto sussidio governativo. Tale era Lorca, un apostolo
del teatro che sapeva spendersi senza domandare niente. I suoi drammi,
dedicati alla vita e alla gente della sua terra, come i suoi poemi
d'amore, sono una scheggia che ancora ferisce e non lascia insensibili.
Come in Donna Rosita nubile, le cui donne non sono affatto denigrate,
ma anzi migliori degli uomini. L'autore ci mostra uno spaccato andaluso
borghese, con una famiglia composta da una coppia senza figli, che
hanno adottato a suo tempo una bimba cresciuta come una figlia,
di nome Rosita, perciò i due coniugi sono chiamati zii. Lui è un
fanatico coltivatore di fiori, che cura con estrema passione e competenza,
soprattutto le rose, che innesta per farne nascere sempre di nuove.
La zia è una donna di grande buon senso e decoro. Con loro c'è la
governante, da sempre in casa, che spadroneggia simpaticamente e
mette becco in continuazione. Rosita è una bella ragazza, innamorata
di un cugino, il quale prima di partire per l'Argentina per lavoro,
le ha promesso di tornare presto per sposarla, e le ha chiesto di
attenderlo ad ogni costo. Rosita mantiene il patto con totale fedeltà;
gli uomini che la vorrebbero vengono ignorati o respinti. Le bastano
le lettere che riceve dal cugino: anche quella che promette un matrimonio
per procura. Il tempo passa e Rosita appassisce lentamente, mentre
intorno le amiche si sposano, hanno figli e tutto scorre nella melanconica
attesa, che dura per oltre vent'anni. Lui si è sposato laggiù con
un'altra donna, ma Rosita, che l'aveva saputo da qualcuno che ha
avuto la "carità" di dirglielo, ha continuato ad aspettarlo. Nonostante
i motteggi e le chiacchiere commiserevoli del vicinato. Quando lo
zio muore, la casa con il giardino dei fiori che era il suo paradiso,
si scopre che sono stati da lui ipotecati per la sua generosità
nell'aiutare tutti, e per pagare i mobili del corredo nuziale di
Rosita; e ora la zia, la governante e lei ormai sfiorita, devono
lasciare tutto ai creditori con il cuore straziato.
Lo spettacolo, che non ha nulla di folcloristico, penetra nella
carne dei personaggi come un bisturi leggerissimo che non lenisce,
ma accentua la solitudine di quelle tre "vedove" che, via via, si
legano tra di loro con un penoso nodo d'amore. Talora il tran tran
quotidiano è mitigato da una allegra ironia, da balli e canzoni
introdotte dalle visite delle vicine e dalle ragazze spensierate
che accendono con i loro vezzi, e le loro innocenti malizie, l'atmosfera
e la casa. Ci sono anche i fiori dello zio a rallegrare gli angoli,
con la musica, suonata ogni tanto; ma soprattutto c'è sempre l'impagabile
governante che riempie di spirito e giudizi salaci, ottimismo e
battute le giornate dell'attesa. Come si sospira la venuta del postino,
che porta le lettere menzognere; quanto si lavora al tombolo, e
agli innesti, e ci si batte per salvaguardare anche le piccole foglie
delle piante e i nuovi boccioli delle rose cui vengono dati nomi
adeguati. E come emozionante è stato il ricamare lenzuola e tovaglie
per il prossimo, attesissimo matrimonio che non avverrà mai.
La malinconia sottesa, e l'illusione d'amore contagiano e si allargano,
sino allo strazio dell'ultima confessione, mentre stanno arrivando
gli operai che porteranno via ogni cosa. Rosita ammette che ogni
anno che passava era come se le strappassero un capo intimo dal
corpo, lei sapeva e soffriva, non era mai abbandonata dalla speranza,
anche se una mano cupa le gela o le brucia il cuore ogni volta che
rimane sola. Quante donne sono come lei, dice, che ora si sente
come una cosa perduta.
L'interpretazione è favolosa. Andrea Jonasson è una Rosita forse
un poco attempata, ma pienamente nell'anima e nello stato psicologico
del personaggio: bravissima! Franca Nuti è la zia con l'esperienza
annosa che la rende perfetta nel ruolo: fisico e statura di donna
che condivide, soffre, palpita con Rosita, e con il suo uomo, l'attore
Gian Carlo Dettori, tutto preso dalla frenesia dei fiori e dal profumo
delle rose che crea. Su tutti, Giulia Lazzarini, la straordinaria
governante che raduna in sé ogni sussulto, parola, gesto comico,
improvviso o meditato di generosità e altruismo, una serva dal cuore
e dalla bocca grandi così. Rosalina Neri, l'attrice milanese arieggia
la sua origine nella baldanza con la quale introduce, in visita,
le sue figlie zitelle, tratteggiate nelle caratterizzazioni, e le
due ragazze provocatrici e scanzonate: attrici Martina Galletta,
Alessandra Gigli, Stella Piccioni, Sara Zoia, Eleonora Giovanardi.
Un guazzo teatrale lo disegna Franco Sangermano, insegnante dai
capelli rossi, ormai vecchio e deluso, irretito dagli allievi figli
dei ricchi, ai quali non può opporsi perché pagano e sono difesi
dai genitori: dice qualche cosa ai nostri giorni? Il cugino fatale
lo interpreta Pasquale Di Filippo.
Una regia bellissima, che pone in risalto ed evidenzia ogni particolare,
parola, sussulto palese e intimo: tutto, senza tralignare o esagerare.
La scenografia è di una leggerezza stupenda, bianca e trasparente,
opera di Enzo Frigerio; i costumi color pastello sono di quell'artista
che ha nome Franca Squarciapino. Spettacolo che lascia il segno.