IL FABBRICONE
di Giovanni Testori Riduzione
Drammaturgia di Emilio Russo
Regia di Marco Balbi
La
riduzione drammaturgia di Emilio Russo del capitolo finale de I
segreti di Milano, di Giovanni Testori, è lo spettacolo in scena
al milanese Teatro Oscar, diretto da Marco Balbi con valida
adesione, cui è stato dato il titolo Il Fabbricone. Fabbricone, cioè grande casa di periferia, abitato, nei primi
anni Sessanta del secolo scorso, da gente di estrazione popolare,
quando il boom economico metteva adrenalina a tutti, e il ricordo
della guerra sanguinosa si era presto sedimentato nell'ideologia
che contrapponeva il comunismo e i democristiani in una autentica
rivalità.
L'ambiente sociale era acuito dalla fatica di vivere e di convivere,
dal rigoglio economico che prendeva ognuno, teso a migliorare la
situazione personale e influenzava però politicamente il rapporti
tra le persone.
E' ciò che accade nel Fabbricone del rione milanese di Vialba, dove
vivono il vecchio nonno Oliva, cocciuto democristiano, il figlio
Luigi, un vero fanatico, e la bella nipote Rina, figlia di Luigi.
Attorno, sulla ringhiera che si affaccia sul cortile, la vedova
Redenta, che sempre ricorda il suo Andrea, ucciso dalla guerra.
Edvige, che ha il figlio Sandrino che per soldi si prostituisce
nei parchi della città; Liberata Villa, sorella di Carlo e di Antonio,
accesi comunisti. E' in atto uno scontro per via di un manifesto
insozzato da qualcuno, e da qualcun altro accusato, che monta di
odio e parole furenti le opposte fazioni. Questo è il clima che
ammorba il caseggiato popolare, e che simboleggia l'atmosfera che
l'Italia respirava in quegli anni.
Avviene che, nonostante tutto, la dolce Rina si innamori di Carlo,
e sia da lui ricambiata: una sorta di ripetizione dell'amore di
Giulietta e Romeo dei poveri. Questo provoca la ribellione di nonno
Oliva, e soprattutto di Luigi, il quale scaccia violentemente la
figlia, colpevole di essersi innamorata di un avversario, anzi di
un senza Dio. Rina viene accolta da Redenta, con pietosa comprensione,
e ciò acuisce sempre più i contrasti. Ma, come una panacea di speranza
e di obbligata convivenza, il tutto finisce in una festa popolare
che riempie di musica e di grida scurrili il cortile dello scrostato
e vivace Fabbricone, con la gente che balla e finge di divertirsi,
ma mantiene intatta la propria identità.
L'aspetto più convincente dello spettacolo è la rievocazione
di un mondo in cui squallore, pietà, odio, vizio, amore e umanità
sono mescolati insieme, in uno spaccato che, chi ha vissuto quell'epoca,
non pena a riconoscere. Non c'è melassa nella cadenza milanese,
condita da qualche espressione dialettale, bensì un qual realismo,
che accentua di colore il quadro tracciato da Testori, che la realizzazione
scabra e senza scene, e soprattutto l'interpretazione icastica degli
attori rende con verità. Allora era così, e tutti erano vittime
dell'ideologia, se non del denaro da procacciare con ogni mezzo,
come fa Sandrino e anche Antonio. Eppure la dolcezza sofferente
di Rina, e la generosità di una donna sola come Redenta, riscatta
cristianamente quel tempo, i cui epigoni siamo noi, forse peggiorati,
certamente più egoisti e meno motivati.
L'attore Mimmo Craig è bravo a tratteggiare il nonno bigotto, e
gli altri attori, tra cui primeggiano Anna Priori e Maria Eugenia
d'Aquino, assecondano la regia di Marco Balbi: i primi con forti
caratterizzazioni, la seconda con competente storicità, e lo spettacolo
è accolto da applausi convinti, quasi un tuffo in un passato che
ancora, nel ricordo, immalinconisce.