IL GIUOCO DELLE PARTI
di Luigi Pirandello
Progetto e drammaturgia di Egisto Marcucci
Regia di Elisabetta Courir
L'abbiamo
visto al Carcano di Milano, Il giuoco delle parti,
primo spettacolo in programma dopo la scomparsa di Giulio Bosetti,
il Direttore che lo aveva voluto per la stagione del suo Teatro.
Entrando in sala, d'istinto si cerca la sagoma elegante di lui,
il quale, quando non era in scena, prendeva posto in platea e conversava
con gli spettatori. Non c'è, non c'è più l'amabile Direttore… Ma
l'attività prosegue, e Marina Bonfigli, la donna e attrice che lo
ha sempre accompagnato, sta conducendo con tenacia il programma
steso lo scorso anno. E dunque, si apre il sipario come previsto
sul testo di Pirandello, allestito dal Teatro Stabile di Catania.
Una citazione tratta dal programma di sala: "Dualismo della vita
e della forma…, necessità per la vita di calarsi in una forma ed
impossibilità di esaurirvisi: ecco il motivo fondamentale che sottostà
a tutta l'opera di Pirandello". E ancora "… dualismo tra la vita,
che è spontaneità assoluta, attività creatrice, slancio perenne
di libertà, creazione continua del nuovo e del diverso e le forme,
o schemi che tendono a rinserrarla in sé".
E' un giudizio di Adriano Tilgher, contenuto nei suoi "Studi sul
teatro contemporaneo", che diamo a premessa della recensione dello
spettacolo, diretto da Elisabetta Courir e dal regista Egisto Marcucci,
tornato all'attività dopo anni di lontananza a causa di un grave
incidente. La citazione serve a inquadrare il significato del dramma,
scritto da Pirandello nel 1918, per Ruggero Ruggeri, derivato dalla
novella Quando s'è capito il giuoco del 1915. L'allestimento,
allora, non piacque affatto al pubblico, ma l'autore non spostò
i suoi intenti drammaturgici, salvo alcune modifiche, e sarà finalmente
più tardi che il lavoro assurgerà al successo che tuttora continua.
Protagonista è Leone Gala, borghese benestante cinico e freddo,
capace di vivere la separazione dalla bella moglie Silia, che dura
da anni, senza apparentemente soffrirne. Essa, al contrario, dopo
l'unione travagliata con il marito, sente ancora l'impeto passionale
e cerca di soddisfarlo legandosi a Guido Venanzi, diventato suo
amante. Secondo le consuetudini dell'epoca - mai dimenticare il
tempo di stesura del lavoro e Pirandello promotore del paradosso
comportamentale - Leone pretende che le apparenze dei ruoli vengano
assolutamente rispettate. Quindi, marito, moglie (e amante), devono
osservare formalmente la parte per salvaguardarsi dalle dicerie
altrui. E' un "giuoco delle parti" che compete a ciascuno, pertanto,
la forma è salva.
La scelta verte anche sulla visita che quotidianamente Leone fa
al domicilio della moglie, che gli consente di chiedere, mediante
campanello alla cameriera, se ci sono o meno delle novità. Le novità
scarseggiano, ma Leone seguita nella sua condotta. Finché, una sera,
Silia ordina all'amante di farlo salire e, appartata, ascolta il
loro dialogo. Qui, il marito illustra a Guido la sua filosofia.
Dice che ha trovato un "pernio" attorno al quale gira la sua esistenza,
meglio la sua sopravvivenza. Pernio che è indifferente astrazione
agli avvenimenti, una razionalità che considera staccati sia Guido
che Silia, simile a un uovo, da un piccolissimo foro bevuto e svuotato,
del quale è rimasto solo il guscio.
Silia non può sopportare l'atteggiamento del marito, tanto che aveva
chiesto in precedenza a Guido di ucciderlo. Adesso, gonfia d'ira
prende l'uovo servito prima come oggetto della spiegazione, e glielo
lancia dalla finestra mentre si allontana. Sbaglia la mira, e colpisce
quattro uomini avvinazzati che, saliti, si prendono delle libertà,
mentre lo spaventato Guido non interviene. La reazione porta la
donna a sfidare il principale colpevole, il marchesino Miglioriti,
convinta che il marito si batterà con lui a sua difesa, e, poiché
non abile all'uso delle armi, l'esito si intuisce scontato. Leone,
sorprendentemente, lancia la sfida al marchesino come vuole Silia,
e il duello si farà. Il tranello, dunque, scatta, anche se Silia
cerca in qualche modo di dissuadere il marito, ma Leone, fedele
al "giuoco delle parti", afferma che come consorte ha fatto sua
la sfida della moglie, ma tocca all'amante, cioè a colui che ne
gode il corpo, scendere in campo. E' come l'uovo ridotto a guscio
che non contiene più il suo contenuto, cioè l'amore e la stima,
e il pernio della ragionevolezza deve mantenere il proprio equilibrio.
Guido giocoforza accetta di battersi e viene ucciso dal Miglioriti.
La forma ha avuto la sua vittoria sulla vita, e il gioco si è concluso.
Lo spettacolo si avvale di una borghese eleganza sia nei costumi
che nelle scenografie, di Carla Teti e Graziano Gregori. Ed
è percorso dall'ironia ostentata di Geppy Gleijeses nel ruolo di
Leone Gala, che rende tutto come astratto e staccato, con coloriture
umoristiche. Geppy si distingue per l'aria pigramente divertita,
e il gelido distacco che paiono fargli dominare la paradossale vicenda.
Sin dall'inizio, allorché egli appare con un mazzo di fiori in mano
da offrire alla moglie che lo ha voluto chiamare in casa, con la
scena cosparsa degli stessi fiori, simbolo della sua beffarda costanza
nel vigilare sulla consorte, e poi nell'illustrare le teorie che
soprassiedono al suo rapporto con lei e con l'amante. L'intrusione
dei quattro ubriachi è resa come uno scherzo di carnevale, con i
personaggi in maschera che si divertono, quasi a dimostrare che
è Silia ad avvalersi del loro schernire per coinvolgere drammaticamente
il marito. Tutto è simbolo, gioco scoperto, che si estrinseca, poi,
nel rituale della cucina e nello sbattere delle uova, con il cuoco
che rampogna Leone dinanzi all'amico medico, dottor Spiga, destinato
a fargli da padrino. Teatrale la decisione di affidare al rivale
l'onere di battersi: l'ironia e la beffa si qui fanno magistrali;
altrettanto lo è il finale, col tragico arrampicarsi di Silia sulle
nude pareti, come un ragno imprigionato nella raffinata ragnatela
tesa dal marito: lei che aveva ordito il duello per disfarsi di
lui. L'avviso della morte di Guido è data, infine, da un coup
de theatre: una sedia cade improvvisa con un rumore di vetro
spezzato, che agghiaccia. La disperazione artiglia i due coniugi,
poiché se Silia ha perso, Leone ha terminato di giocare: la "macchinetta
infernale" della ragione, come Pirandello altrove la definisce,
ha esplicato la sua logica. Egli si fa servire la colazione come
di consueto. Lavoro alquanto cerebrale, molto di parola, che però via
via si anima nell'azione che diventa coinvolgente e serrata. Di
Geppy Gleijeses va detto il bene che merita la sua perfetta interpretazione,
applaudita a lungo; di classe la Silia offerta da Marianella Bargilli,
psicologicamente sfaccettata e complessa; di corredo, diciamo, il
tratteggio di Leandro Amato, nel personaggio di Guido, ovvero bello
e credibile, però fragile nei confronti del diabolico Leone Gala.
Il lotto degli attori si presenta caratterizzato e grottesco, in
linea con gli intenti registici. Successo al Carcano per uno spettacolo
le cui ambizioni sono esemplarmente realizzate.