LA LOCANDIERA
Di Carlo Goldoni
Regia di Elena Bucci
Quante
locandiere si sono viste? Innumerevoli. Eppure un amico critico,
alla fine dello spettacolo dato al Teatro Carcano di Milano dalla
compagnia Le Belle Bandiere e Teatro Stabile di Brescia, diceva
che non si stanca mai di ammirarla, quasi ne fosse innamorato.
Perché? Semplicemente per la vitalità del personaggio di Mirandolina,
femmina/donna/manager di fattura inusitata per l'epoca in cui Goldoni
la creò, e altrettanto donna/femmina/manager in tutte le epoche
nelle quali sarà chiamata a vivere la propria avventura. Anche la
nostra!
L'esempio lo porge Elena Bucci, unica donna/regista a memoria di
teatro, che l'abbia accostata, e interpretata, scavando in lei modi
e valori, ma anche critiche e intenzioni che appartengono al personaggio,
e lo superano. Perché a Mirandolina si possono attribuire le nostre
e altre visioni e letture, chiamarla a testimoniare i problemi dei
sessi, attraverso il comportamento che usa con i tre ospiti della
locanda ereditata dal padre; del lavoro e del fare preservando libertà
di manovra con lo sposare, alla fine, il servitore Fabrizio, un
uomo che non ama ma le serve; socialmente influisce dimostrando
che una donna è pari all'uomo e, sapiente, lo domina nel punto più
suo; e pure nel teatro il personaggio spicca in carattere, finzione,
spettacolo.
Spettacolo, appunto, che si avvia in un ballo d'ombre indistinto
e si manifesta nelle persone raccolte attorno a un basso tavolo,
come un apparire dal passato che non sappiamo ripetere ma interpretiamo
a ricordo di una cultura fatta di libri, quadri, musiche… che ci
è giunta in splendida eredità. Dentro alla scarna presenza delle
suppellettili, ornata da una mossa scenografia di luci e di ombre
significanti, le parole dell'Autore veneziano suonano perfette in
bocca a un Conte di Forlimpopoli ricco di denari e prosopopea, e
a un Marchese spiantato e ridicolo che si disputano il corpo della
locandiera e le sue grazie. La contesa del misogino e superbo Cavaliere
di Ripafratta si impatta con la furba sfida raccolta da Mirandolina,
che si impegna a innamorarlo a breve termine con intingoli e manovre
che lo accalappiano, fino a imprigionarlo nelle panie d'un sentimento
che gli viene imputato a scorno e umiliazione. Il duello, di questo
si tratta, conosce gli a fondo e le parate tra spadaccini allocchi
e una esperta dell'arte delle truffe psicologiche e dei maneggi
sessuali, perciò la vittoria è sicura sin dalla prima stoccata.
La commedia è qui; il contorno riguarda le metodiche teatrali che
incorniciano la trama della donna che vuol vincere; l'ingresso delle
commedianti Dejanira e Ortensia appare un tributo pagato al teatro,
passione di Goldoni, che ne conosceva le quinte e i camerini, soprattutto
le attrici, e sapeva farle giocare sul palcoscenico, e fuori.
Elena Bucci fa Mirandolina anche come regista, cioè destreggia
se stessa e lo spettacolo in un ventaglio di possibilità. Non si
cura di essere realisticamente leziosa, esaspera volutamente le
movenze settecentesche e tratteggia i personaggi come macchiette
o marionette, li gestualizza ed esagera in pose e atteggiamenti
che sono caricature o guazzi registici, nell'intento di fare emergere
il "dentro" dei personaggi e mostrare la loro ridicola statura morale.
La Locandiera della Bucci è un divertissment reso con i modi dell'avanguardia
- è l'erede di Leo de Bernandinis - che approda a un graffiante
allestimento dove la gaiezza è sempre un difetto ostentato, il ritmo
non conosce pause, la fantasia si esprime in farsesche trovate e
movimenti, e il tentativo di fare "diversa" la commedia capolavoro
è riuscito. Si aggiunga il commento musicale di brani d'opera anacronistici
ma pertinenti alla cifra scelta; un ripetuto rumore di zattera a
rischio di naufragio: dove, dice la Bucci, sono stipati questi falliti
personaggi; un sospetto di Commedia dell'Arte recuperato di proposito,
e si ha lo zenzero di una melanconia data dalle luci che creano
una caverna buia nella quale rimandare indietro tutti coloro che,
per un momento, abbiamo avuto al fianco, ci hanno sollazzato, fatto
un poco riflettere, e perché no, abbiamo anche voluto bene. Il merito,
ci si accorge, è sempre di Goldoni, il creatore di caratteri, che
stavolta è stato ben servito da una donna, e gli avrebbe fatto piacere.
Il Cavaliere è l'impetuoso Marco Sgrosso; Il Conte, napoletano,
Maurizio Cardillo; strepitoso nella caricatura e nel fisico del
Marchese, Gaetano Colella. Il Fabrizio fiorentino geloso e arrampicatore
lo fa Roberto Marinelli, mentre le sagome commedianti: una oca suprema,
e l'altra tenebrosa furbastra sono Nicoletta Fabbri e Daniela Alfonso.
L'ultima annotazione riguarda la platea del Carcano, piena di studenti
liceali e delle medie, si captava in essi un interesse, una presa
su quanto avveniva sul palcoscenico davvero inaspettati. E questo
dica quanto sia piaciuto lo spettacolo e, si spera, quanto verrà
convenientemente spiegato in classe.