RAGAZZE Nelle lande scoperchiate del fuori
Di Lella Costa, Massimo Cirri, Giorgio Gallione
Regia di Giorgio Gallione
Lella
Costa è un fenomeno! Guardiamola in scena: sola, senza alcun
appoggio che non siano la sua portentosa memoria e un testo su misura,
scelto con ironia; un umorismo audace e volutamente provocatorio,
che non offende ma scava e riga lasciando tracce e strisce che solcano.
Lella, attrice dal ritmo verbale che trascina e non fa respirare;
le sue pause che, a volte, sono più incisive delle parole, e le
parole che sferzano i concetti, e questi si appoggiano ai pensieri
come piccole chimere che non si sa come siano spiccate fuori. Lella,
la donna impegnata a dettare uno stile e a fare del palcoscenico
una tribuna di allusioni, dove il costume si unisce alla satira,
la politica mostra le corna dei difetti e questi vengono puniti
con una risata, con l'appello sotteso alla cultura che sostiene
ciò che diventa spettacolo, riflessione, sicuro divertimento.
Vediamola sul palcoscenico del Teatro Carcano, di Milano,
un piano inclinato occupato da un enorme schermo circolare sul quale
vengono proiettate girandole di immagini, ad hoc con l'assunto del
suo dire di donna senza rete sotto, simile a una acrobata che si
spinge sul punto più alto del tendone. Lei lo tocca parlando del
mito di Orfeo ed Euridice, mutuando da Italo Calvino le volute pindariche
e le nuovissime teorie cui attinge. Euridice, la ninfa deceduta
per il morso velenoso di un serpente, precipitata nell'Ade e qui
raggiunta da Orfeo, lo sposo che ne ottiene la liberazione dagli
dei per l'abilità e perfezione del suo canto, se però saprà accompagnarla
sulla terra senza mai voltarsi a guardarla. Ma Orfeo, a pochi passi
dalla salvezza, si volge indietro ed Euridice riprecipita nell'Averno
per l'eternità.
Perché l'ha fatto? Orfeo è un uxoricida? E' un debole innamorato?
Oppure ha salvato inconsapevolmente la sposa dalla propria inesausta
voglia di cantare che non lascia scampo a nessuno? La Costa si pone
nella posizione di Euridice, e malgrado Virgilio e Ovidio abbiano
cantato il mito di Orfeo, si spinge a riflettere con Lessing, Calvino
e Rilke sulla condizione femminile di lei, in opposizione al maschio.
Diventa la cantatrice delle donne, illustra i loro destini e le
situazioni: da quelle più intime alle presenti nella società attuale;
parametra le fortune del sesso maschile e le sue debolezze, con
la maternità, citando persino il cromosoma "y", e la crisi che sta
attraversando, fino al rischio di scomparire così le donne si creeranno
da sole; punta irridendolo sul famoso punto "g", quello del piacere
sessuale. E via svariando senza attimi di caduta, sempre trovando
temi di umorismo, anche attraverso il linguaggio libero e volgare
che rivela la differenza valoriale tra uomo e donna, in cui prevale
vittoriosamente quest'ultima che, infine, in colloquio con il Creatore,
ne ascolta le confidenze, tanto che, le viene detto, non conviene
trasmetterle agli uomini, bensì custodirle solo tra loro…ragazze! La carrellata pro Euridice la eleva a simbolo dell'eterno femminino,
e tuttavia rivaluta gli uomini, necessari per consentire alle
donne di capirsi, e per qualche altra funzione, nonostante la decadenza
che li coglie e li fa come subalterni ad esse. Consensi, applausi
e risate hanno accompagnato Lella Costa nel suo lunghissimo, monologante
percorso sino al trionfante addio tra le quinte, senza tradire neppure
un fiato di fatica.
BRANCIAROLI IN DON CHISCIOTTE
Un
altro artista del monologo è Franco Branciaroli, che si è esibito
al Teatro Studio di Milano parodiando il testo di Cervantes.
Motteggiando le voci di Vittorio Gassman e Carmelo Bene, chiamati
ironicamente dall'Al di Là, ove si trovano, l'attore si atteggia
nel Cavaliere errante della Mancia, e nel suo scudiero Sancho Panza,
attraverso le pagine del romanzo, (e altri momenti altissimi, come
il quinto Canto dell'Inferno dantesco, quello cioè di Paolo e Francesca,
dove è se stesso). Un istrionico e fantastico andare su e giù nei
due personaggi, per "fare quello che lui fa", ovvero rendere Chisciotte
in alcune delle situazioni raccontate nelle mille pagine che contengono
le sue folli gesta. Quindi, non voler essere lui, ma scopertamente
imitarlo a modo di una dimostrazione in "coppia", similmente alle
coppie artistiche come Stanlio e Ollio, Totò e Peppino, in un immaginario
dialogo che avvicina Chisciotte e Sancho Panza e li fa vivi nella
stessa interpretazione. Operazione attorale che Branciaroli supera
in bellezza e verità, così da sembrare egli stesso sia Gassman,
quando recita Chisciotte, che Carmelo Bene in Sancho Panza. La sua
è una "maschera vocale" che evidenzia le potenzialità della voce,
e la resa caratteriale dei personaggi, e, dice Franco, consente
a lui di essere il Don Chisciotte del teatro italiano, che imita
ciò che ha preso in prestito, ed è insieme un richiamo alla situazione
storica di quest'epoca in crisi, che non ha niente da dire di nuovo,
niente da fare se non delle varianti o degli arrangiamenti di quanto
già visto o accaduto. Atteggiamento polemico e dimostrazione di bravura mattatoriale,
che gli ha meritato con questo spettacolo il Premio Flaiano 2009
come miglior attore del teatro italiano.