LA STRADA
Di Tullio Pinelli e Bernardino Zapponi
Musiche di Germano Mazzocchetti
Regia di Massimo Venturiello
Il
musical - ma è esatto definirlo così? - si rifà al grande film diretto
da Federico Fellini nel 1954 che vinse Festival e premi, anche
l'Oscar nel 1956, e si impose come un capolavoro. Gli autori Tullio
Pinelli e Bernardino Zapponi più tardi vollero farne un adattamento
teatrale, il maestro Germano Mazzocchetti scrisse le musiche e l'attore
Massimo Venturiello assunse a sé sia il ruolo di regista che l'interpretazione
del famoso personaggio di Zampanò, ed ecco questo spettacolo girare
l'Italia e vincere tre premi come migliore commedia musicale, migliori
musiche e migliori costumi per il 2009.
Questa la scheda che lo accredita sul palcoscenico del Teatro Manzoni
di Milano come spettacolo di chiusura della stagione, e sigla con
molta dignità e grande successo di pubblico il proprio valore. Bisogna
subito fare lo sforzo di non paragonare la commedia, ma forse è
meglio chiamarla tragedia, al film, almeno per chi lo ha visto,
e guardarla con umile dedizione, esattamente come hanno fatto gli
esecutori. I quali ne hanno succhiato tutti i temi, compresi i dialoghi,
e tramite soprattutto la colonna sonora di commento, hanno trasportato
sul palcoscenico i simboli, a cominciare dalla strada, sorta
di rampa in salita che attraversa il palcoscenico, posta in un paesaggio
di urbano squallore simbolo anch'esso di un ambiente e del territorio
che contiene i personaggi della vicenda.
Zampanò è un picaro attore di strada, che campa
esibendosi sulle piazze spaccando la catena che si allaccia al petto
e si concede all'avventura dei luoghi che visita a bordo del suo
trabiccolo motorizzato. Per lui donne di malaffare, imbrogli, nessuna
moralità di fondo, è un selvaggio che si lascia vivere e si affida
soltanto a una straordinaria forza fisica. Con lui c'era una ragazza
di nome Rosa, che lo aiutava nelle presentazioni ed è morta forse
per gli stenti. Ora si presenta alla madre per chiedere di sostituire
Rosa con la sorella Gelsomina, ed è pronto a pagarla come se fosse
un oggetto. La madre, una miserabile oberata di figli, convince
Gelsomina ad accettare. E' una poverella, dimessa e anche ritardata,
la piccola ragazza, parla poco e ha sempre le mani intrecciate su
se stesse come a timida difesa, e soffre molto la convivenza con
Zampanò, che la picchia per nulla, ma anche la istruisce, le insegna
a presentarsi alla gente, a battere il tamburo, a suonare nella
tromba un motivetto che Gelsomina ripete come una nenia, e gli spettacolini
vanno bene. Quella miscela di forza bruta e di ingenua grazia piace,
al punto che i due vengono aggregati al circo Fiore, assieme alle
cantanti, al pagliaccio, alla ballerina e cavallerizza, al tutto
fare e al Matto, che è un simpatico funambolo equilibrista, ma è
pure umorista, un poco filosofo e anche poeta, il cui divertimento
principale è prendere in giro quel plantigrado di Zampanò. Per questo,
la permanenza nel circo diventa difficile, tanto che lo spaccatore
di catene viene dopo poco allontanato.
Ma una sera fatata il Matto parla a Gelsomina, che è in crisi e
non vorrebbe più seguire Zampanò. Le dice che se lei lo abbandona
nessuno prenderà il suo posto, e lei ribatte che non vale niente
e vorrebbe morire. Non è vero, esclama il Matto, tutto ha un valore,
persino un sasso esiste per un motivo, altrimenti sono inutili anche
le stelle. Lei, Gelsomina, vale più di un sasso e delle stelle,
forse è al mondo per restare vicino a Zampanò e fargli compagnia,
uno scopo importante.
Così la piccola artista segue il suo orso, rinunciando a restare
nel circo, e persino a farsi ospitare in un convento tra le generose
suore, alle quali Zampanò vorrebbe rubare gli argenti degli ex-voto.
Le strade vengono percorse da soli e con più tristezza, con fiaschi
di vino a lenirla. Una sera Zampanò si imbatte nel Matto, colui
per il quale non è più nel circo per i motteggi insopportabili che
gli dedicava. Finalmente lo ha nelle mani e gli può dare una lezione!
Lo assale, lo picchia fino a ucciderlo, mentre Gelsomina tenta di
difenderlo, il trauma della violenza la rende fuori di senno, e
devastata dalla morte dell'amico e ubriaca si abbatte a terra. Zampanò,
che non voleva ammazzare il Matto, sorpreso e distrutto per quello
che ha fatto, fugge impaurito abbandonando la ragazza. Egli continua
il suo peregrinare con la catena al petto, ma non è più come prima,
è un degradato e derelitto personaggio che si trascina penosamente.
Un giorno, dopo alcuni anni, è attirato da un motivo sussurrato
da una donna: è quello che cantava Gelsomina. Domanda notizie di
lei e viene a sapere che la ragazza è morta in casa sua dopo avere
girovagato come una folle per le strade. E' come una rivelazione,
di se stesso innanzi tutto, e di quanto egli abbia avuto dalla piccola
artista che lo ha accompagnato nel suo disperato peregrinare, e
finalmente piange. Il nodo selvaggio del cuore si scioglie guardando
le stelle, quelle non inutili stelle che giustificano la dedizione
che Gelsomina gli ha donato come compito della propria vita.
Lo spettacolo scorre via con potente dinamismo,
motivato dalle musiche, dalle canzoni e dalle coreografie degli
artisti circensi, oltre che dai dialoghi sempre belli che attingono
a momenti di poesia. L'allestimento è intriso di cose che toccano
e fanno riflettere nell'intimo dei sentimenti. La violenza belluina
di Zampanò diventa il paradigma di tante violenze, che vanno non
solo denunciate e condannate, ma aiutate a capirsi. Come ha fatto
l'inconsapevole Gelsomina, che ha trovato il proprio scopo e la
propria anima di essere umano utile e determinante nel sopportare
e stare vicino a Zampanò, al quale ha persino detto di volerlo sposare.
I temi sono trattati teatralmente e la commozione invade adagio
ma inevitabilmente lo spettatore per la semplicità, l'evidenza e
un sentore di sana retorica di cui è permeato lo spettacolo. Ambiente
ed epoca ormai trascorsi, ma ancora validi e comprensibili, qualificano
i valori che non scadono e dovrebbero venire riproposti con maggiore
frequenza. Se allora La strada felliniana venne tanto benevolmente
accolta, non fu solo per i grandi meriti artistici, bensì per quel
grandissimo senso di pietà e di umanità, e anche di morale spirituale,
che colpì e colpisce tuttora: in una parola già usata si chiama
poesia.
Gli attori sono bravi. Venturiello in Zampanò
tratteggia il personaggio con voluta energia, e riesce a rendere
crudeltà, opportunismo e violenza con bravura credibile. La Gelsomina
di Tosca, forse è limitata nella corda melanconica, quando un tentativo
di umorismo e del sollievo donatele dal Matto la potrebbero fare
più variegata. Canta però benissimo e si concede generosamente al
personaggio. Ottimo il Matto di Camillo Grassi, bel personaggio
di caratura indefinita: angelo, messaggero del fato, poeta satirico
e profondo… Il cast circense fa da coro portante e supporta in tanti
modi: canzoni al vivo, movenze e coreografie, i molti passaggi e
le interpretazioni delle varie figure che si incontrano nella storia.
La regia di Venturiello è dinamica e agile, aiutata da una scenografia
bella e opportuna. Musiche accattivanti, dense, quasi da opera melodica.
Infine, quel motivetto di Rota che appartiene a Gelsomina, ma aggancia
a Fellini l'anima di un capolavoro.