Presentato
al Piccolo Teatro Studio di Milano, Blackbird di David
Harrower ha suscitato curiosità, moderato scandalo e ammirazione
per la regia e l'interpretazione dei due personaggi principali:
Ray, reso da Massimo Popolizio, e Una, dalla giovane Anna Della
Rosa. Ci pare necessario distinguere il testo dallo spettacolo.
Il primo, scritto dall'autore scozzese nel 2005 e rappresentato
in molti teatri europei e americani, ha fatto discutere come era
normale; lo spettacolo del Piccolo, invece, si avvale di una grande
interpretazione e colpisce per come è stato realizzato dal regista
spagnolo Luìs Pasqual.
Il tema è scabroso e affrontato senza perifrasi. Ispirato da
un fatto di cronaca similare, il lavoro inizia vent'anni dopo
che l'incontro tra i due protagonisti è avvenuto. Allora, Una era
una dodicenne e aizzò sessualmente il quarantenne Ray, il quale
cedette a lei e insieme fuggirono per consumare un lungo rapporto
di sensi. Ray venne per questo condannato a sei anni di prigione,
e uscito ha trovato un infimo lavoro in una azienda, si è unito
a una donna più anziana di lui, che ha avuto una figlia da un altro
uomo. Le cose stanno così quando, per caso, Una, ormai ventisettenne,
scopre Ray in una foto e si reca nel sotterraneo dove lavora, che
è pieno di spazzatura e di sporcizia. Tornano i ricordi di un tempo,
tornano le accuse, i disgustosi particolari e anche i sentimenti
di quel rapporto pedofilo; i sensi si riaccendono, soprattutto in
lei, che si era innamorata dell'uomo, il quale ora appare debole,
confuso e vorrebbe scappare. E' un'ora e mezzo di dialoghi crudi,
di confessioni e di un amore reciproco e malato che ritorna, ma
non si può recuperare, sfugge tuttavia ad ogni giudizio ma ha lasciato
sedimenti mai spariti in entrambi.
Il male che cova dentro, probabilmente in molti, è un nero umano
dove la pietà è assente, e ci vorrebbe una risorsa che solo Dio
potrebbe donare. Apposta ne accenniamo, poiché il titolo tradotto
dall'inglese significa il "merlo", e un merlo usò satana per indurre
in tentazione San Benedetto, mandandogli una nuda fanciulla. Sappiamo
come reagì il santo, e non solo lui, si buttò su un rovo di spine
e la tentazione scomparve. Il "merlo" di Harrower è una provocazione
e una denuncia di malizia, a cui sembra impossibile porre rimedio:
evidente la sporcizia dell'ambiente nella quale si dibattono i due
amanti che paiono crogiolarsi in quello che è più di una metafora.
Deve il teatro affrontare vicende al limite? Sì, e non è
certo la prima volta, ma è necessaria un'analisi morale: non moralistica,
che sappia e, soprattutto, voglia capire quanto di verità e di debolezza
umana siamo afflitti. L'autore non giudica, racconta, mostra e ci
lascia soli con i suoi personaggi. L'emozione, è il caso di dirlo,
non arriva del tutto, nonostante le urla e quanto viene rappresentato,
forse era proprio ciò che si voleva.
Lo spettacolo è forte e intenso; la scena è posta al centro
come un ring, e intorno siedono gli spettatori che osservano gli
attori scannarsi nel profondo del cuore e dei sensi, ed essi lo
fanno con una energia cui non è risparmiata una stilla. Questo è
il valore del teatro, porre cioè se stessi nel gioco crudele e autentico
creato dall'autore e renderlo vitale, e ciò accade pienamente. Massimo
Popolizio, Anna Della Rosa donano al pubblico due immagini teatrali
perfette. Alla fine si affianca a loro una ragazzina, Silvia Altrui,
è il colpo basso che ci riserva David Harrower.