LE BUGIE CON LE GAMBE LUNGHE
Di Eduardo De Filippo
Regia di Luca De Filippo
Eduardo
è andato scena a Milano contemporaneamente con due commedie: al
Piccolo Teatro Strehler con Le bugie con le gambe lunghe;
e al San Babila con Uomo e galantuomo. L'aver visto entrambi gli
spettacoli dà modo allo spettatore di constatare quanto l'autore
meriti di tornare alla ribalta e di incantare le platee. Sempre
si ride, ma con Eduardo accade che la comicità si accompagni a riflessioni
su temi che, nel caso de Le bugie con le gambe lunghe, furono
scritti nel dicembre del 1946, in piena vigilia del boom edilizio,
e raccontano Napoli come lui sapeva fare. Il debutto del lavoro
avvenne a Roma solo nel gennaio del 1948, colpa e merito del successo
che la commedia Filumena Maturano, scritta poco prima, stava
ottenendo in tutta Italia e impediva l'allestimento del testo pronto,
come detto, da oltre un anno.
Non è che lo spettacolo venisse accolto senza applausi, anzi!, però
non venne capito sino in fondo dal pubblico che, dicono le cronache,
lo accettò soltanto come una farsa. Silvio D'Amico scrisse che "la
gente rideva sgangheratamente delle situazioni più piane, se non
proprio patetiche". Secondo Eduardo, l'intreccio non era riuscito
alla perfezione, infatti non si affezionò mai al suo testo e non
lo rappresentò di frequente. Forse, si disse, la evidente tensione
moralistica ne frenava gli slanci. L'edizione allestita dal figlio di Eduardo, Luca De Filippo,
ripropone la tesi della menzogna che la vince sulla verità, ma una
scaltrita e moderna disponibilità ad accogliere ogni proposta, usi
come si è a qualunque libertà di comportamento, la esalta sul versante
satirico, per non dire grottesco. Ma sono la carica comica napoletana,
la storicità della trama e la felice realizzazione scenica a fare
dello spettacolo uno dei più applauditi della stagione.
Siamo in casa del filatelico quarantasettenne Libero Incoronato,
che la occupa con l'attempata, nubile sorella Costanza. I soldi
sono pochi: è il primo dopoguerra e la vita è grama, quindi un quarto
di vino, allungato con un litro di acqua, e mezzo etto di formaggio
formano la cena luculliana dei due dignitosissimi fratelli. Anche
gli abiti sono riciclati, come la rivoltata camicia di Libero. Eppure,
egli è concupito dalla bella Graziella, una ex prostituta, e Costanza
è desiderata dall'anziano Roberto Perretti. Costui è un pedante,
pignolo pretendente che ambisce ad avere una moglie serva, e rappresenta
l'ultima chance per Costanza, che infatti accetta la sorte. Da Libero
approdano i vicini di casa che si fanno, tra quelle modeste mura,
i propri comodi. Tra gli altri, ecco venire la procace Olga, moglie
di Benedetto Cigolella, il quale ha messo incinta la domestica Angelina
Trombetta, che lo accudisce in quel di Grosseto, dove ha avuto la
fortuna di gestire due cinema ed è diventato ricco. Olga confessa
a Libero di amare un capitano americano, di stanza a Napoli, e di
voler andare con lui in America ora che ha scoperto di attendere
un figlio. Ma non è vero, ammette in una scena di acceso sentimento,
è Libero che ama e al quale vuole unirsi dopo avere ottenuto il
divorzio dal marito, avendo appreso del suo tradimento. Non è vero
neppure questo! La dinamica signora Cristina, madre di Olga, ottiene
dalla figlia l'ammissione che il responsabile paterno non è l'americano,
ma Libero. Il che, naturalmente, non è vero. Forse, è vero, invece,
che Angelina non è stata ingravidata da Benedetto, ma da un altro
amante, come confida a Libero la maschera di uno dei cinema grossetani,
Guglielmo Caputo, che verrà convinto da Benedetto a sposare Angelina
e a riconoscere il figlio come proprio, concedendogli in cambio
la gestione del locale. Quindi, Benedetto, negando ogni addebito
ad altri, afferma che il figlio di Olga è certamente del suo sangue
e se ne gloria. Andiamo avanti. Durante il travolgente tête a tête
amoroso con Olga, Libero è stato da lei morsicato a una mano, ed
è sopravvenuta una brutta infezione con operazione e sottrazione
di una falange.
Siamo alla festa di battesimo dei due nascituri nella elegantissima
abitazione degli arricchiti Cigolella: quello di Angelina, sposata
Caputo, e quello di Olga, felicemente riconciliata con Benedetto.
Arriva, con la mano fasciata, il filatelico, accompagnato da Costanza,
diventata signora Perretti, con il marito. Giungono i parenti e
inizia la festa con brindisi. Libero si congratula con Caputo e
signora per l'ascesa sociale e per il bimbo, ma Guglielmo finge
di non sapere chi sia questo tale che lo interpella. Benedetto,
per fugare il sospetto che il figlio non sia suo, spiega a Libero
come il bambino sia stato concepito: fu la sbornia presa dal vino
bevuto a casa sua quella sera fatale ad accendergli i sensi: il
vino annacquato, proprio così! I nuovi borghesi sanno mentire con
classe, e mettere in ordine le situazioni mediante le bugie necessarie.
Libero allora capisce che le bugie con le gambe corte, come recita
il proverbio, sono quelle dei bambini, mentre le bugie con le gambe
lunghe devono essere gradite al padrone, e lasciate in fondo al
pozzo insieme alla verità. Di botto, prende per mano Graziella,
l'ex prostituta che l'ama e a cui vuol bene, e la presenta a tutti
come una ereditiera aristocratica che vuole sposare; quindi si toglie
la giacchetta e appare la camicia rattoppata, simbolo della verità
che ha le gambe corte, ma, a piccoli passi, arriva sempre e con
onestà alla propria meta.
Lo spettacolo, tutto napoletano, è giocato sulla qualità del
testo, articolato nelle varie situazioni con grande capacità
tecnica. La tesi moralistica: menzogna/verità, si unisce alla comicità
che realizza le intenzioni dell'autore e in particolare quelle di
Luca, il regista figlio, che ne evidenzia vivissimamente le storture.
La commedia corre via ritmata, con pause volute e significative,
che accrescono teatralmente il tasso comico dello spettacolo. Luca
ha ereditato dal padre il sapiente intreccio di battute umoristiche,
silenzi, scatti e il dialogo cadenzato sulla parlata partenopea.
Le caratterizzazioni dei personaggi sono simili a figurine che mimano
e atteggiano una accesa gestualità che si esprime da sola. Il carosello
delle finzioni, e le bugie che si accavallano l'una su l'altra sono
il pigmento saporoso, e insieme la denuncia della condotta opportunistica,
necessaria per assurgere ai più biechi obiettivi.
La forza è data, infine, dalla bravura degli attori, che hanno la
napoletanità nelle vene e nel sangue. Con Luca, un Libero timido
e disincantato, ma non sciocco, e con il numeroso cast che lo attornia,
la commedia si snoda con crescente simpatia e incalzante adesione.
Bella è l'ambientazione della Napoli del dopoguerra, con il delirio
urbanistico del cemento armato che invade la città e la imbruttisce,
rendendo purtroppo adeguato anche il suo popolo. Spiccano Massimo
De Matteo in Benedetto, guappo borghese senza scrupoli; Olga, la
vivace e procace Carolina Rosi; sua madre Cristina, la brillantissima
Anna Fiorelli. Citabili per i tic caratteriali il Perretti di Nicola
Di Pinto, e il Caputo di Giuseppe Rispoli. Ma ognuno, anche gli
interpreti delle parti minori, sono come pittati nel laico presepe
delle Bugie.