LA CIOCIARA
di Annibale Ruccello
Regia di Roberta Torre
Una
sorta di gabbia fatta di una doppia cortina trasparente su cui vengono
proiettate le "scenografie", e gli attori agiscono nello spazio
tra i due veli. E' teatro, o cinema con concreta intrusione
dei personaggi? Forse sono entrambi, in senso spettacolare; anche
se già in altri ambiti le proiezioni hanno invaso il palcoscenico,
nel caso de La ciociara, presentato al Teatro Manzoni
di Milano, la rappresentazione si avvale totalmente delle invenzioni
della regista Roberta Torre, pure "scenografa" dello spettacolo.
E si capisce: la Torre è una creatrice cinematografica di film premiati,
come Tano da morire, Sud side stori, Angela,
e recentemente ha partecipato con la sua nuova opera I baci mai
dati al Sundance Film Festival americano. Quindi la sua vocazione
è quella delle immagini filmiche e qui se ne è avvalsa alla grande.
Forse l'insistenza, la varietà e la fantasia le hanno preso la mano,
perciò l'interpretazione degli attori appare come "disturbata" dalla
cascata di foglie, edifici, simboli, persone, soldati, camion...
e via elencando, che scorrono senza sosta sui veli, mentre un insieme
di rumori assordanti, e musiche accompagnano abbondantemente l'azione.
Tuttavia, l'allestimento aiuta a rappresentare ciò che Alberto Moravia
descrisse nell'omonimo romanzo, tradotto nell'85 nel famoso film
diretto da Vittorio De Sica, e ispirò ad Annibale Ruccello, nello
stesso anno, la stesura del suo lavoro teatrale.
Ruccello morì nel 1986 a 32 anni in un incidente stradale, ormai
noto per le sua capacità di autore: un titolo come Ferdinando
lo fa grande scrittore di teatro, da rimpiangere per quanto poteva
donare alla cultura italiana. Con La ciociara egli si propose
di dare seguito alla storia atroce di Cesira, madre di Rosetta,
che durante la guerra incapparono nei soldati marocchini e la ragazzina,
violentata, ne restò ferita per sempre. Ma, dice l'autore, la violenza
fu rapidamente rimossa e le due donne si sono emancipate ciascuna
a proprio modo.
Lo spettacolo si apre, oltre una dozzina di anni dopo, con
un dialogo che le vede in contesa. Cesira è padrona di un negozio,
a Roma, e da imprenditrice si è fatta egoista e acida; Rosetta,
elegante e saputa, esige che la madre l'aiuti ad acquistare una
nuova automobile, necessaria per i tre figli e per la sua vita di
borghese con molte esigenze. Siamo nel periodo del boom e i ricordi
della guerra sono stati dimenticati, conta l'interesse e raggiungere
il benessere con qualunque mezzo.
Ma, improvvisamente, i ricordi ritornano mediati da Michele, il
giovane che, catturato dai tedeschi in ritirata per fare loro da
guida, venne ucciso per un suo atto di generosità. E' il fantasma
che riporta i crudeli momenti di quello sfollamento sotto i bombardamenti,
le fughe dai pericoli e l'incontro con i militari alleati di colore
che violarono l'innocenza di Rosetta. Michele racconta i suoi propositi
di giovane in possesso di valori evangelici, detta i giudizi sulle
neghittosità e gli sterili entusiasmi di suo padre e dei contadini
del paese, ed è esempio di probità: quasi un santo, dice Cesira,
che ne era innamorata.
La figlia, dopo la stupro, non è più la stessa, si è fatta chiusa
a ogni fessura di vita, si accompagna a persone infide e ne soccombe
moralmente. Gli stessi contadini sono serrati nel proprio egoismo,
il conflitto ha reso tutti negativi e il dopoguerra sembra aver
fatto peggiorare la società. La tesi del lavoro è una denuncia pregnante
e vera, forse eccessiva se considerata con gli occhi di chi ha vissuto
quel periodo anche bello e intenso di ricostruzione dalle rovine,
giusto, invece, nel prosieguo di una crescita soltanto materiale.
La drammaticità della vicenda è resa dalla straordinaria, pur
se discutibile, ambientazione accennata, e quanto accade sul palcoscenico
conserva l'impatto crudo che riporta gli avvenimenti di quegli anni
lontani, ormai ricordati solo dai documenti dell'epoca e dai film,
come il capolavoro di De Sica. Ma è denuncia che si fa attuale per
la società che ci contiene: quel dolore, la morte e la violenza,
la cattiveria e la bontà non hanno lasciato alcuna eredità? Nonostante
la guerra: tutte le guerre che accadono, siamo sempre gli stessi
esseri umani che non fanno altro che guardare al proprio circoscritto
tornaconto. Rosetta e sua madre hanno abbandonato le povere valigie
per strada e ambiscono a ruminare una ricchezza che non è mai sufficiente
e appagante, e ognuno di noi, sembra asserire il lavoro, le imita
in qualche modo.
L'interpretazione è splendida in Donatella Finocchiaro,
una Cesira dolorante e sfaccettata nei diversi passaggi del proprio
personaggio. Non mi paragono a Sofia Loren, ha detto, che in questo
ruolo meritò il Premio Oscar, l'ho ignorata e mi sono impadronita
di Cesira come ho saputo: lo ha fatto pienamente. Una spaurita,
poi agra e algida Rosetta è la giovane Martina Galletta, attrice
che nelle ruvide, ma sagaci mani della Torre matura e sta sul palcoscenico
molto bene: bellissimo il suo ingrato personaggio. Michele, fantasma
che ritorna dal passato per rinnovarne i ricordi, è Daniele Russo,
figlio d'arte di Tato, aderente alla propria figura ideale, personaggio
che giustifica nobilmente, con il suo sacrificio, le nefandezze
della guerra: di quella e di tutte. Il rimanente del cast è tratteggiato
icasticamente, e senza risparmio Lorenzo Acquaviva nel padre, Dalia
Frediani in Concetta, contadina priva di pietà, Liborio Natali in
Clorindo, laido lenone, e poi soldato tedesco, Rocco Capraro, Rino
Di Martino, Marcello Romolo contadini ciociari, senza risparmio,
dicevo, fanno corona a Cesira e Rosetta in quegli anni di grande
sofferenza. Successo ed emozioni al Manzoni.