LA COMPAGNIA DEGLI UOMINI
di Edward Bond
Regia di Luca Ronconi
Luca
Ronconi ha diretto per il Piccolo Teatro di Milano l'aspro
dramma dell'autore inglese Edward Bond La compagnia degli uomini,
scritto alla fine degli anni Ottanta. Allestimento dedicato al teatro
contemporaneo, i cui contenuti sono dichiaratamente attuali e provocatori.
Bond, classe 1934, è noto per le sue opere teatrali controcorrente,
che lo hanno posto in urto con la censura del suo Paese, tanto da
costringere le autorità ad abolirla: era in vigore dal 1843. Nessun
compromesso o indulgenza nelle trame e negli assunti; lo sguardo
impietoso e realistico sulla politica inglese, sulle vicende sociali,
persino sulla casa reale, rendono Bond un personaggio scomodo ma
seguito dalla parte culturale progressista della cultura britannica.
Ha successo con i suoi lavori: finora una cinquantina, e il coraggio,
unito alla grande arte di scrivere teatro, lo pone come l'autore
del momento. In Italia, lo sta diventando grazie all'attenzione
che il regista Luca Ronconi gli dedica da anni, quando a Torino
mise in scena nel 2006 il suo Atti di guerra, e ora questo importante
spettacolo. Consideriamo che Bond è nato figlio di operai, ha fatto
ogni sorta di mestieri e come autodidatta si è avvicinato al teatro
e al cinema, sino a sfondare per la novità sgradevole dei suoi drammi
e a imporsi, come detto, quale autore affermato e molto rappresentato
in Europa.
La storia di La compagnia degli uomini assomiglia
a una specie di thriller politico finanziario tra magnati che cercano
di prevalere senza nascondere le proprie mire. L'uno, il vecchio
Oldfield, è un costruttore di armi di ogni genere, l'altro, Hammond,
agisce nell'edilizia, nei trasporti, nell'abbigliamento e nell'alimentazione.
Egli ha necessità di impadronirsi della fabbrica di armi per prevalere
nei paesi in via di sviluppo; con quelle provocherà conflitti e
conseguentemente venderà le merci ai vincitori: "Una volta era burro
o fucili, oggi devono essere entrambi", dice. Oldfield è padre di
un figlio adottivo, il giovane Leonard, che briga per prendere il
suo posto nella Compagnia paterna. Egli si allea con il rivale del
padre e traffica con equivoci personaggi, quale l'ambiguo Dodds,
che lo guida e lo imbroglia. C'è l'industriale alcolizzato, Wilbraham,
ormai indebitato, al quale Leonard presta del denaro su consiglio
di Dodds, ponendosi così nelle sue panie; e il volgare Bartley,
uomo tutto fare degli Oldfield, sempre attaccato alla bottiglia
e al denaro, con un passato dai tratti misteriosi, sottratto a suo
tempo alla corte marziale della marina militare dal vecchio Oldfield,
e da lui accolto in casa.
La vicenda vede il debole Leonard nelle mani dell'anima dannata
di Dodds, che lo induce a darsi a Hammond; ma il giovane ha una
resipiscenza, e dopo essersi spiegato con il patrigno e avere avuto
con lui una sorta di pacificazione e intestato i suoi averi, come
una vittima, si uccide impiccandosi. Pertanto, Hammond e Dodds sembrano
i vincitori della grande contesa. La storia si snoda con accadimenti
feroci, crudeli passaggi e scontri violenti, nel conflitto tra il
superato modulo di condurre un'industria e il nuovo modello di un
capitalismo senza scrupoli e morale. Il guadagno e l'affermazione,
il potere e il denaro non conoscono mezze misure. Tutto è concesso,
anche la violazione della morte: quella dell'anziano costruttore
di armi, e l'induzione al suicidio. Il male, secondo i canoni comuni,
è la condotta per emergere, comandare, arricchirsi.
Il dramma di Bond non fa sconti, usa il dialogo con ferocia straziante;
la traduzione di Franco Quadri e Pietro Faiella è aderente al percorso
dei personaggi, che hanno rari barlumi di umanità, protagonisti
della scalata che li fa spietati con tutti, anche con se stessi.
Bond dice: "…che il capitalismo abbraccia la morale della mafia:
sopravvivere perché si è i più forti… ma in tutto rispetto alla
democrazia…", dove si vende e si compra. Eppure, si intuisce anche
una nostalgia di bene, specie nel personaggio di Oldfield, che si
è "acquisita" una desiderata paternità; e una fragilità umana, come
in Leonard, che lo porta a scomparire, suscitando compassione e
pietà. Di converso, la cattiveria, l'arrivismo, la menzogna, il
cui campione è Dodds, suggeriscono un esame di coscienza sociale
nel cui contesto tutti siamo immersi. Lavoro impegnativo, da ascoltare
senza cercare concessioni a patetismi; le lunghe tirate affrontano
la verità cruda e prevale una perfidia ostentata, le scene mostrano
quanto miserevole sia l'animo dei personaggi, che lasciano intuire
l'ipocrisia di talune grandi personalità della paludata nomenclatura
industriale nostrana.
La resa scenica è formidabile, esasperata, in consonanza
con l'assunto. Senza scenografie, sul muro del palcoscenico del
Teatro Grassi mostrato a nudo, gli attori attingono con movimenti
e marcata gestualità all'interpretazione dei personaggi. In essi
non ci sono movenze "normali", proprio perché la vicenda è anormale,
nel suo dichiararsi agra e spietata. Gli attori sono eccellenti:
"ronconiani", quasi trasfigurati dallo stile registico che sa cavare
energia da ogni muscolo, e stavolta senza ausilio di macchine od
orpelli tecnici. Tutto è solo scavo e sovramisura.
Un accenno ammirato all'Oldfield che il novantenne Gianrico Tedeschi
disegna come magnate d'antico stampo, medaglione straordinario di
un attore che ha saputo consegnarsi con umiltà alla regia di un
artista e gli ha obbedito sino a rendersi nuovo e diverso, esempio
di dedizione al teatro, unico nel panorama italiano. Ottimo il Dodds
di Riccardo Bini, costruito con una cura perfida ed elegante di
burocrate farisaico, odioso e acuminato come un serpente. Il Leonard
di Marco Foschi è stupendo, v'è dentro tanto e tutto evidenziato:
fragilità caratteriale, induzione a farsi abbindolare, rimorso e
abbandono alla disperazione. Carlo Valli è un irruente e abbondante
Hammond, cattiveria e arrivismo totali. Incisivo sino al cinismo
il ritratto di Bartley che ne fa Paolo Pierobon, repellente personaggio
negativo. Giovanni Crippa è l'alcolizzato Wibraham, forse eccessivo.
Lo spettacolo ha incontrato il favore di un pubblico aduso a scelte
difficili ma costruttive. Il teatro è sapore anche amaro, ma come
una medicina penetra e sollecita la riflessione. E quando c'è il
Piccolo Teatro la garanzia è una certezza di qualità.