LE COSE SOTTILI NELL'ARIA
DOVE CI PORTA QUESTO TRENO BLU E VELOCE
di Massimo Sgorbani
Regia di Andrée Ruth Shammah
Al
Teatro Franco Parenti, centro teatrale di impegno e di un pubblico
che cerca qualcosa di non ovvio, sono approdati due atti unici dell'autore
milanese Massimo Sgorbani. Già apparsi alcuni anni or sono, tornano
alla ribalta con provocatoria carica, rinnovata dalla regia di Andrée
Ruth Shammah.
Il primo: Dove ci porta questo treno blu veloce è
un monologo ambientato in Kosovo, e vede protagonista una
giovane prostituta, introdotta da un "amico di famiglia" nel giro
odioso di vendere il proprio corpo ai soldati per un po' di cibo
e di sigarette. La giovane parla della sua esperienza, ed è una
creatura pulita che si dà come morta a chi è obbligata a concedersi;
fino al giorno in cui incontra un soldatino che la fa innamorare,
la mette incinta e viene poco dopo allontanato. La sua è una confessione
piana, sincera dove ammette la propria dolorosa vicissitudine, sorretta
dalla speranza di incontrare nuovamente un giorno il papà del suo
bambino; adesso ha la testa piena di formaggini e di figurine annesse,
che tappezzano i vetri dove giacciono le piccole creature, e pensa
a un treno veloce. La sua è una candida immedesimazione con Madre
Teresa, la santa conterranea, della quale racconta la bontà, mentre
accarezza un peluche e la testa va via con le parole che escono
semplici, e si attorcigliano al sogno che la sostiene con totale,
dolce ottimismo.
L'altro atto unico Le cose sottili nell'aria, è un
doppio monologo tra madre e figlio, che sono distanziati
eppure vicinissimi. Ambedue confessano intimità strazianti, e lo
fanno "come senza conoscersi"; la donna parla al marito, morto ormai,
e colpevole di non esserci più. Mirko, il povero giovane afflitto
da una turba sessuale che lo eccita dinanzi alle foto porno, è particolarmente
colpito dalla famosa immagine della bimba vietnamita nuda piangente
per strada, simbolo della tremenda guerra che colpì il Vietnam.
Madre e figlio sono prigionieri della TV, obbligati dai ricordi
dei personaggi delle trasmissioni di cui rievocano i fasti, unico
svago e motivo delle confessioni. Mirko scappa alla domenica per
incontrare dei bambini, ma non li tocca: si autosoddisfa e soffre
della sua natura. La madre sa soltanto che il figlio è "strano"
e se ne lamenta con il marito, seduta su una poltrona e con il paletò
addosso. Mirko, invece, giace su sacchi di immondizia, e con voce
lamentosa, insistente e colma di commiserazione sciorina la sua
via crucis: solitudine estrema e disperata che, infine, lo uccide.
La donna parla, sottovoce, e l'argomento è il figlio ritardato che
rifiuta delusa. Veniamo a conoscenza del tradimento di lei con un
altro, durante la lunga malattia del suo uomo, sconvolgente odissea
senza bagliori, se non quelli mediatici, osservata con occhio impietoso
e la lunghissima confessione del senso di colpa: ma quale colpa,
ci si chiede, se queste larve umane hanno in se stesse un destino
di orrori e di dolore.
La pietà viene donata da chi ascolta quasi per compenso, ma è questo
il mondo che si nasconde dietro le finestre occultate nelle basse
luci delle televisioni accese?: immagini che consolano falsamente,
e altrettanto illudono e stordiscono come una soffice droga. E noi
non sospettiamo di niente. Il linguaggio è agro, esplicito, ferisce
e scandalizza ma penetra oltre le parole stesse, che sono la scorza
del marcio che sta dentro.
Il primo atto vede in scena una delicata Sabrina Colle, timida straniera
che si apre con il suo infinito sperare e lo comunica dolcemente.
Nel secondo Ivana Monti trasmette un pathos straziato, soffuso -
tanto che si faticano a sentire le parole nella parte alta della
platea -, in una immobilità ieratica, e la confessione esce da dentro
simile al pensiero. Il Mirko di Mario Sala, sdraiato sui rifiuti,
è pure lui parte della immondizia che gli ha riservato la vita,
ne rende conto con desolata pulsione interiore e diventa il protagonista
vittima della sua disgraziata famiglia.
Gli atti unici vengono applauditi dal pubblico che li ha condivisi
in partecipe silenzio.