DONKA-UNA LETTERA A CECHOV
Scritto e diretto da Daniele Finzi Pasca
Un
grande successo di danza, acrobazia, clownerie, giocoleria e circo,
è Donka, mix che si avvale anche del teatro per giustificare la
presenza sul palcoscenico del Piccolo Teatro Strehler di Milano.
Più specificamente, lo spettacolo fa riferimento ad Anton Cechov,
ai particolari della sua vita e pure a taluni suoi lavori. Scritto
e diretto dallo svizzero Daniele Finzi Pasca, allenato a spettacoli
di grande impatto circense come il Cirque du Soleil, e il
Cirque Elise, fin dal titolo rivela l'intenzione russo/cechoviana
dell'allestimento. Donka è il nome del campanellino che si
attacca alla canna da pesca e suona quando un pesce abbocca; Cechov,
dice l'autore, andava sovente a pescare per ritrovarsi in meditazione
con se stesso e riflettere in pace.
Lo spettacolo è una cavalcata di quadri, uno più bello e
incantevole dell'altro, in cui è adombrato lo scrittore, anche se
il pretesto appare un poco labile, in quanto i riferimenti sono
solo accennati e lo sviluppo va indovinato. Insomma, Cechov dovrebbe
essere preventivamente conosciuto per poterlo pienamente capire
nello svolgimento poetico che gli è proprio. Nel centocinquantesimo
anniversario della nascita, nel 2010, lo scrittore venne celebrato
a Mosca con questo significativo spettacolo. I russi che conoscono
bene il loro genio, non stentavano a riconoscere i segnali contenuti
in Donka, forse a differenza di noi.
La bravura tecnica degli otto interpreti, sei donne e due uomini
di diverse nazionalità, più un narratore, è assoluta, la fantasia
di chi ha creato lo spettacolo chiede loro di transitare da una
acrobatica salita con le sedie sul trapezio/altalena, a un ironico
e precario ballo di tip tap, a un walzer corale, mentre una bravissima
fisarmonicista accompagna le azioni e le danze. Un attore clown
si diletta a giostrare delle palle su tutto il corpo, e un altro
a ruotare con un grande cerchio come sopra un giocattolo senza gravità.
Giungono poi le immagini di una danza mimata con le canne da pesca,
o quelle di un letto trascinato per il palcoscenico, sul quale giace
qualcuno, e scendono petali di fiori rossi, e un clown li sparge:
sono le macchie di sangue che Cechov, il medico tisico, perdeva
dalla bocca.
Ci sono rimandi ai suoi personaggi, quali le bianche fanciulle
de Il giardino dei ciliegi; e riferimenti al Gabbiano,
mentre viene citata l'isola di Sachalin, ove lo scrittore soggiornò
come medico tra i deportati. Anche Melichovo viene nominata, una
delle sue residenze di campagna, un eremo molto amato; Olga Knipper,
l'attrice che divenne sua moglie, tenne in serbo la camicia che
Anton indossava al momento della morte. Anni dopo Olga si accinse
a farla lavare, il giorno dopo la donna morì. Dettagli di un poeta
del teatro, e non solo, sensazioni e visioni che lo rievocano. Gli
effetti di luce sono uno strepitoso coefficiente, determinano il
risultato dello spettacolo mediante le grandi ombre cinesi che si
muovono, si ingrandiscono e spariscono al di là dei veli; come pure
i costumi che riportano il modo di vestire a cavallo dei secoli
XIX e XX. Una soffusa melanconia serpeggia mescolata a una sottile
comicità, e i parchi dialoghi poco aggiungono alla suggestione visiva
dello spettacolo. Un indugio a iterare le movenze appesantiscono
un tantino lo svolgimento, ma la perfezione di ciò che accade, la
colonna sonora, i rumori della natura, confacenti a Cechov, conferiscono
a Donka l'atmosfera e la bellezza che conquistano gli applausi dello
Strehler e inondano di gioia ogni sorta di spettatori.