ITIS GALILEO
di Marco Paolini e Francesco Niccolini
Il
lungo monologo di Marco Paolini è da vedere, ascoltare e farne motivo
di riflessione. Intanto è vero spettacolo teatrale, l'esperta
bravura dell'attore domina il grande palcoscenico del Teatro Strehler,
di Milano, e fa dimenticare che non vi è altro che lui, e una appesa
mina, sulla scena. Se teatro è un uomo che racconta e un altro che
ascolta, è il come, il perché più il cosa che rendono teatro quel
racconto. Paolini è un affabulatore perfetto, mischia l'ironia con
la misura, il ritmo con l'effetto, non lascia spazi vuoti e le parole
sgorgano come un ruscello sempre alimentato da una fonte misteriosa.
Iniziò con lo svelare i retroscena della tragedia del Vaiont la
sua performance di uomo che narra, proseguì con altre vicende, come
"Il sergente", sulla ritirata degli alpini nella campagna di Russia,
durante la seconda guerra mondiale, arriva ora con "Itis Galileo",
e tocca, come detto, un vertice di perfezione, che è assolutamente
teatro.
Perché "Itis Galileo"? E' una voluta provocazione, cioè Itis come
Istituto Tecnico Scientifico, la scuola che, magari intitolata a
Galileo Galilei, consente lo studio delle materie scientifico/professionali.
Paolini, con l'altro autore Francesco Niccolini, vuole coinvolgere
il pubblico alla conoscenza di Galileo attraverso la vicenda umana,
scientifica e dolorosa del grande pisano, nato nel 1564 e morto
ad Arcetri, come un confinato politico, quasi ottant'anni dopo.
In fondo, quello che Paolini impartisce è una lezione di scuola,
incentivo, mediante lo scorrere delle avventure, le battaglie, i
difetti e i personaggi collaterali che ne hanno toccato l'esistenza,
ad accostare Galileo come un nostro contemporaneo, e trarre da lui,
e dalle sue scoperte, una riflessione su noi stessi e su quanto
gli dobbiamo.
Paolini, come un docente, parte citando, e spiegando la filosofia
di Aristotele, e di altri filosofi, con le implicazioni astrologiche
che ne sono scaturite e ne fanno anche una sorta di maghi, e giunge
a far nascere Galileo, figlio di Vincenzo, musicista fiorentino,
a Pisa. Lo manda a studiare per volontà paterna medicina presso
l'università pisana, ma egli ha propensione per i numeri, e lo dimostra
imponendosi come lettore di matematica e con grande attenzione alla
meccanica; tra l'altro, si dedica alla caduta dei gravi, che in
seguito codificherà, aprendo la via alla dinamica moderna. Paolini,
poi, lo manda, come un cervello in fuga, all'estero, cioè all'università
di Padova. Qui si impone come professore di matematica; si unisce
a una donna veneziana, che non sposerà mai, dalla quale ha tre figli,
un maschio e due femmine che andranno in convento. Ma lo caratterizza
una grande libertà di comportamenti e di pensiero, in ciò protetto
dal governo di Venezia, che non tollera imposizioni di alcun genere.
Applicando le lenti olandesi, scopre il telescopio e meraviglia
il Senato veneziano che ne comprende l'importanza anche strategica.
La carrellata dell'attore continua con una progressione teatrale,
fatta di storia e vita dello scienziato: la vicinanza con il Papa,
le scoperte astronomiche, i suoi libri al limite dell'eresia, i
problematici contatti con il Cardinale Bellarmino.
Le teorie copernicane avevano soppiantato quelle tolemaiche, le
quali, ispirate alla Sacra Scrittura, propugnavano come la terra
fosse ferma e il sole le girasse intorno, Galileo le confutò sposando
quelle di Copernico che giustamente provavano l'opposto. Questo
lo pone in contrasto con la dottrina della Chiesa, che insegna la
Bibbia libro della verità anche scientifica oltre che spirituale,
e l'Inquisizione sequestra il suo libro "Dialogo sui massimi sistemi",
meravigliosa esposizione didattica che incanta tutta Europa. Lo
scienziato, al processo abiura sotto minaccia di tortura, ed è condannato
ai domiciliari nella villa di Arcetri. Perde la vista ma non rinuncia
a studiare, a inventare provando e riprovando, scrive volumi che
nascostamente andranno in tutto il mondo, finché muore nel 1642,
dopo un decennio in veste di "prigioniero" dell'Inquisizione, sorvegliato
da un manipolo di suore.
Il brevissimo sunto non vuol minimizzare la "lezione" di Marco
Paolini, il quale spazia con tutta l'ironia, l'umorismo, la voluta
ingerenza con l'attualità, l'eleganza dialogica, la sapienza dei
fatti raccontati e la padronanza mnemonica eccezionale che impongono
l'attore alla catturata, e divertita, platea dello Strehler. C'è
pure la garbata polemica mirata a sollecitare l'interesse dello
spettatore, coinvolgendo direttamente questa specie di "classe scolastica"
che pende dalla sua bocca; non entra, come potrebbe, in conflitto
con la Chiesa, a nome di Galileo, limitandosi a focalizzare i fatti,
che sono quello che sono. Nemmeno la giustifica o la assolve; rimane
vero che lo scienziato era un cristiano convinto, e le sue teorie
accettate da molti uomini di Chiesa. La Bibbia, parola di Dio, deve
indicare come andare in Cielo, non spiegare come è fatto il cielo.
Infatti, non passò molto che a Galileo venne resa tutta la ragione
e, nello spettacolo, si rileva di lui la grande libertà di pensare
fuori dagli schemi che lo accosta a Giordano Bruno, senza l'eroismo
di quest'ultimo, finito al rogo in Campo dei Fiori nell'anno 1600. Paolini non tace i difetti del suo protagonista, un caratteraccio,
ostinato nelle sue idee, a volte sbagliate come quelle sulle maree,
o nell'appropriarsi le scoperte degli olandesi circa le lenti smerigliate
del cannocchiale. Bellissima l'escursione che l'attore fa nella
Commedia dell'Arte a commento del gran libro galileiano, da consultare
quasi come un compito a casa assegnato agli spettatori. La mina
presente in scena sta a significare che le teorie di Galileo sono
scoppiate nel suo tempo simili a una mina vagante, e la scienza
è comunque e costantemente una imprevedibile e sorprendente mina
che esplode a beneficio dell'umanità.
Le riflessioni, insomma, sono tante e le suggestioni innumerevoli.
I molti giovani che affollavano la platea bevevano la straordinaria
esibizione senza, forse, accorgersi che stavano assistendo a una formidabile
seduta professorale, trasmessa sotto forma di teatro.
Al termine il trionfo per Marco Paolini, attore di Belluno.