I GIGANTI DELLA MONTAGNA
Di Luigi Pirandello
Regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi
Tutto
in Pirandello va recuperato. Di lui, del quale fu detto che era
più un letterato che un teatrante, rimane un'eredità di teatro che
stimola e conquista chiunque accosti le sue opere. Al Teatro
Carcano di Milano, è andato in scena I giganti della montagna,
l'ultimo testo dell'Agrigentino, rimasto incompiuto e soltanto un
sogno fatto dal figlio Stefano, si dice, ha contribuito misteriosamente
a tracciarne la fine. Di certo, sul letto di morte, tra le ultime
parole dello scrittore ci furono anche quelle dettate per il finale
dell'opera.
Ogni allestimento del testo è una provocazione, che scaturisce
dall'astrattezza di una ispirazione poetica e sollecita un intervento
indispensabilmente straordinario. O lo si affronta facendosi trascinare
in una trasfigurazione scenica, oppure meglio, forse, lasciarlo
nell'ambito dell'idea sedimentata nella mente dell'autore, estrema
e incompiuta pulsione di un uomo che del teatro faceva religione.
Preambolo allo spettacolo che la Compagnia del Teatro Stabile di
Sardegna, in unione a diversi organismi, ha realizzato come l'incantesimo
di un Mago che propone vicende improbabili, ma concrete, magie che
accadono sul palcoscenico e vanno accolte, se possibile, quasi come
un avvertimento che intercetta la fibra dei sentimenti.
E del Mago Cotrone si tratta, il quale dimora nella Villa della
Scalogna, e con i suoi Scalognati ha deciso di rifiutare la realtà
sociale e civile per vivere in un sogno. Qui arriva la Compagnia
della Contessa, Ilse, attori ormai delusi dal teatro, ridotti alla
miseria dopo due anni di rappresentazioni di un testo, opera di
un poeta che per amore di lei si suicidò, chiamato La favola del
figlio cambiato, che il pubblico non va più a vedere. Nella Villa
avvengono cose meravigliose e prodigi, è un luogo di incantesimi
detto "arsenale delle apparizioni". Persino i sogni vengono a materializzarsi
mentre coloro che li sognano si guardano addormentati; e i fantocci
si animano e ballano. La Contessa, sposata al Conte, rievoca con
lui il passato e, nonostante il fallimento e il parere contrario
del marito, vuole a tutti i costi rappresentare la sua favola agli
uomini. Cotrone la sollecita a rievocare la scena della favola,
quando la Madre si accorge del figlio che è stato cambiato e per
incanto compaiono i personaggi. Il Mago la invita a restare nella
Villa, ma la Contessa non può, come un destino deve seguitare a
rappresentare l'opera del suo poeta. Cotrone la induce a recitarla
ai Giganti, che domani festeggeranno le nozze di due loro rampolli,
anche se è gente difficile, dice, che forse non capirà, e lui non
potrà aiutarla poiché fuori dalla Villa le sue magie non hanno potere.
Lo scontro tra chi ha lasciato tutto e chi con il teatro deve continuare
a vivere si conclude con l'arrivo dei Giganti. L'assordante discesa
di quegli esseri misteriosi invade la Villa, la barbarie di quell'orda
senza alcuna pietà si conclude con la morte di Ilse, la Contessa.
Il racconto tramatico è un pallido sembiante dei significati di
quest'opera sublime. Pirandello ne ebbe ispirazione da un vera contessa,
Olga De Dieterichs Ferrari, il cui palazzo sorgeva di fronte alla
casa romana dello scrittore. La nobildonna aveva fondato nel 1923
la teatrale Compagnia della Contessa, che fallì miseramente. Il
fatto fu come una metafora che diede l'incipit a Pirandello per
il suo dramma. Metafora del valore del teatro di fronte al mondo
ostile, come era avvenuto per la Contessa, da lui chiamata allo
stesso modo ne I Giganti. In seguito, la composizione dell'opera
subì varie vicissitudini e ripensamenti, quasi che Pirandello compilasse
poco a poco, come un testamento, la sua filosofia teatrale e umana.
Tanto che, come detto, non la portò a termine per la morte che sopraggiunse
nel dicembre del 1936.
La Villa del Mago Cotrone rappresenta il posto ideale ove gli attori
possono rappresentare degnamente la loro opera rifiutata, il solo
che può accogliere gli esclusi del teatro e renderli alleati nel
protetto rifugio della poesia. Ma il teatro non può esiliarsi, ha
il dovere di presentarsi a tutti, nonostante Cotrone sottolinei
le affinità tra gli Scalognati e gli attori, quelle di congiungere
i fantasmi ai loro corpi materiali, come avviene nelle magie della
Villa.
Ilse è il Teatro, l'impellenza di rappresentare la Favola è più
forte di lei; i Giganti sono avversari che vanno affrontati, e anche
se uccidono la poesia per la loro materialità e insipienza, a essi
va donata l'opportunità di accedere a qualcosa di superiore. Il
sogno di Cotrone è un'isola incantata, non altro, un sogno bellissimo
destinato a restare nell'inconsistenza onirica dell'immaginazione.
Perciò Ilse muore, e muore per ciascuno che abbia a cuore la consapevole
valenza della Poesia. L'allestimento visto al Carcano è molto bello.
La cifra adottata dai due registi, Enzo Vetrano Stefano Randisi,
anche interpreti della vicenda nei personaggi di Cotrone e il Conte,
è una sorta di rievocazione che attinge a grandi precedenti. L'inizio,
con lo strepitoso temporale, ricorda la streheliana Tempesta di
Shakespeare; ma soprattutto rievocativo è il Kantor della Classe
morta. Quell'evento indimenticabile, qui proposto quasi tale
e quale, con i personaggi seduti sui banchi di scuola accanto ai
fantocci di loro stessi fanciulli, nell'accompagnamento musicale
struggente e straziante, risulta nostalgico e pertinente. Conquista
l'atmosfera generale di luci soffuse e nebbie che celano e mostrano
le "apparizioni", gli attori che appaiono e scompaiono, i loro contrasti
e fascino dei rapporti, le mimiche che adombrano i sogni sognati,
tutto è eseguito per raccontare, appunto, la favola di un teatro
che oniricamente racconta se stesso. Favola, però, che è notizia
forte: senza poesia la vita è meno degna di essere vissuta, e si
diventa come i "giganti" che uccidono lo spirito.
Gli attori sono magnifici. Si accennava a Enzo Vetrano, grande
Mago che come in trance poetico dirige lo svolgimento della storia:
ottimo nell'ambiguo ruolo incantato. Bravo il Conte di Stefano Randisi,
concreto "oppositore" di Ilse, qui interpretata dalle gemelle Ester
e Maria Cucinotti, il che consente di giocare sulle sparizioni e
riapparizioni del personaggio con efficaci risultati scenici. Quindi
la Diamante di Marika Pugliatti, il caratterista Cromo di Giovanni
Moschella, Giuliano Brunazzi e Luigi Tabita che in più ruoli formano
la Compagnia della Contessa. Gli Scalognati sono Margherita Smedile,
Antonio Lo Presti, Eleonora Giua e Paolo Baietta. Tutti si trasformano
in mimi e caratterizzati interpreti del favoloso sogno pirandelliano.
Al Teatro Carcano, accoglienza entusiasmante e profonda emozione.
Da vedere.