GIN GAME
Di Donald L. Coburn
Regia di Francesco Macedonio
Al
Teatro San Babila di Milano è approdato dopo vent'anni dal debutto
sul medesimo palcoscenico Gin Game, una commedia per grandi
attori, e sono gli stessi Valeria Valeri e Paolo Ferrari a nuovamente
interpretarla. Lo scarto del tempo, era allora il 1990, impone le
sue leggi, e quello che era un lavoro dai toni brillanti ora è un
crudele, sofferto e rabbioso rapporto a due, con il bagaglio del
passato a pesare sul tavolo da gioco, con le carte che vengono smazzate
per le partite di gin-game. L'autore americano, il signor Donald
L. Coburn, scrisse questa sola piéces, la fece rappresentare con
grande successo, e sparì dalla circolazione.
In una domenica destinata alla visita dei parenti, Fonsie e
Weller, recenti anziani ospiti della casa di riposo, si incontrano
per caso sulla veranda, entrambi annoiati dell'ambiente, dei
compagni di ospizio e di quello che li circonda. Lei è una delicata
signora, cresciuta in ambiente metodista, madre di un figlio che,
abitando molto lontano, non può mai venire a trovarla. Weller è
un uomo d'affari in pensione, patito del gioco delle carte. Tra
i due si instaura una istintiva simpatia e l'uomo invita Fonsie
a fare con lui una partita a gin-game, una sorta di ramino, anche
se lei non conosce il gioco. Tutto va per il meglio, tanto che assai
presto la dilettante incomincia a vincere il giocatore esperto.
E le vincite si protraggono senza fine, tra la sorpresa e poi lo
scoramento di Weller.
A questo punto si apre una sfida che diventa una questione vitale,
in cui ambedue scoprono, partita dopo partita, il loro lato peggiore,
però più autentico. Weller si esprime con una rozza volgarità, che
maschera il suo dramma di eterno perdente, sia negli affari, dove
ha subito imbrogli e si è ridotto sul lastrico; sia in amore, non
essendo riuscito a conservare quello della moglie, che si è allontanata
quasi subito; e infine anche nel gioco, l'unico ambito in cui si
considerava maestro e vincitore. Da parte sua Fonsie, dopo lo smarrimento
iniziale, rivela la propria debolezza, e insieme il bisogno di apparire
agli altri con il proprio perbenismo e l'innata eleganza, salvo
poi svelare che in realtà suo figlio abita nella stessa città, ma
non viene a trovarla perché la detesta, e che dopo il divorzio gli
ha vietato di rivedere il padre. Davanti al tavolo da gioco, la
commedia procede in un crescendo di tensione che sfocia nell'impeto
finale, dove probabilmente giunge la morte.
Dai rumori di sottofondo, molto ben resi, e dalle parole dei
due vecchi si delinea l'ambiente dell'ospizio, tanto squallido
quanto penoso e soffocante. Esistono forme di animazione come musica
o giochi di poveri prestigiatori, ma il luogo è freddo, fatiscente,
piove dentro e se ne notano le tracce, pochi libri a consolazione
di spazi di solitudine, è palese la sensazione di essere in un deposito
in attesa di morire, senza più contare niente per tutto ciò che
sta fuori. La situazione non ha angoli di solidarietà, piuttosto
di rivalsa e di orgoglio per sentirsi ancora qualcuno: con le infinite
partite di gin-game. Sotto un certo aspetto, ciò è difensivo, Fonsie
e Weller, pur scontrandosi, sono indispensabili l'una all'altro,
perciò si concedono sempre la rivincita. Il patetico fa capolino,
sia pure in chiave umoristica amara, però è il sarcasmo, la volgarità
sfacciata, la rabbia e il rinfacciarsi le sconfitte che colpiscono
per la loro sincera enormità. Un dialogo continuo sostiene il lavoro,
tra uno smazzata e l'altra di gin-game, quasi una zattera di salvataggio
di umana disperazione. Eppure, c'è un sentore di sentimenti che
tiene legati i due naufraghi.
A distanza di vent'anni gli interpreti hanno mutato registro: sono
molto più vecchi, specialmente Paolo Ferrari, che si appoggia al
bastone; Valeria, invece, non ha una ruga e tradisce la pena interiore
del personaggio con lievità e aderenza. Se consideriamo che lei
ha novant'anni e lui 82, possiamo strabiliare dinanzi alla resa
che ne danno questi fuori classe del teatro. Il pubblico li rimerita
del dono e li gratifica con lunghi, commossi applausi.