Ancora e sempre
Il malato immaginario
di Molière
Regia di Marco Bernardi
Quando
il sipario del milanese Teatro Carcano si chiude, gli applausi
del divertito pubblico continuano senza sosta a chiamare gli attori
alla ribalta nell'atto gratificante del ringraziare. La gioia
e il divertimento provocati dalla prima rappresentazione de Il
malato immaginario, di Molière, per la regia di Marco Bernardi,
ancora una volta testimoniano la grandezza di questa classica farsa,
ultima della produzione dell'autore francese.
Come è noto, Molière, interprete di Argante, stette male durante
la quarta recita della commedia, rappresentata al Palais-Royal il
17 febbraio 1673. Lo portarono subito a casa sua in rue de Richelieu,
e chiamarono per assisterlo le due suore, da lui ospitate, che gli
dettero del brodo; dopo averlo rifiutato, chiese di mangiare un
poco di formaggio parmigiano con il pane, ma venne assalito da una
tosse insistente, e da un'emottisi. Le suore lo aiutarono come potevano;
lui volle vicino un prete - che purtroppo arrivò tardi; nell'attesa
rivelò tutto l'abbandono alla volontà di Dio, la sua disposizione
di buon cristiano, e verso le dieci di sera spirò nelle braccia
delle religiose tra i conati di sangue che lo soffocavano. Il più
grande autore comico di Francia aveva solo 53 anni.
Ricordiamo questo frammento della sua morte, in quanto il finale
del lavoro, voluto dal regista Marco Bernardi, presenta il protagonista,
Argante, steso come morto sulla grande poltrona che lo ha accolto
immaginario malato per tutta la commedia. Il testo originale
lo vede invece farsi medico di se stesso per curarsi anche delle
incapacità dei medici, che reputa i veri responsabili delle sue
malattie e delle relative conseguenze.
La licenza registica ricorda che, biograficamente, l'autore era
uso trasferire nelle sue commedie gli eventi della propria vita.
Così, il personaggio di Bellina, la seconda moglie di Argante,
cinica e falsa mestatrice, oltre che fedifraga, che mira alle sue
ricchezze, fu forse dettato dalle vicissitudini che la moglie, Armande,
gli faceva passare. Anche con i medici non era esattamente in ottimi
rapporti. Molière era malato e sottoposto quasi alle stesse
cure che descrive nella sua commedia; egli continuava a recitare
nonostante i consigli a desistere e a limitarsi a scrivere, per
dare da interpretare ad altri i propri grandiosi personaggi. Con
gli attori della sua compagnia le cose non andavano bene e faticava
a gestirli; avversari e detrattori lo assediavano e lo calunniavano;
persino con il Re le relazioni si erano fatte difficili. Tutta una
serie di situazioni che lo prostravano e vanno tenute presenti quando
si accosta un testo come Il malato immaginario. Molière
era veramente malato, affatto immaginario, e si difendeva prendendosi
in giro per interposto personaggio.
Lo spettacolo di tali sottese miserie è il fulcro del divertimento.
La scorrevole trama delle fissazioni di Argante, l'intenzione di
accasare la figlia Angelica con un pretendente voluto dall'opportunismo
paterno; la pletora di cerusici che lo assillano con clisteri a
ripetizione, medicine di ogni genere a ogni ora; la visita del fratello
Beraldo, il saggio antagonista tutto d'un pezzo che lo motiva a
cambiare registro e affianca la serva Tonina nello sventare le mire
della moglie Bellina… Queste vicende intorno alla poltrona di Argante
sono come un cerchio che lo avvolge, e lui si rifugia in un'atmosfera
di sogno e di fantasmi, che appaiono in trasparenza (bella la semplice
scenografia), e governa lo svolgersi di una "malattia" che, in fin
dei conti, gli è conveniente. Buon per lui che uno stratagemma ordito
da Tonina gli consente di capire quanto malvagia sia la consorte;
la cameriera, infatti, per smascherare la falsità di sua moglie,
gli intima di fingersi morto e Bellina dà immediata mostra di gioire,
dinanzi al "cadavere", delle ereditate ricchezze del marito. Con
lo stesso escamotage, Angelica scampa al cretinissimo dottore, che
il padre voleva assegnarle: consorte/genero di pronto intervento
medico. Alla fanciulla tocca quel bel giovanotto di Cleante di cui
lei va cotta.
Testo famoso e trama allenata alle scene - e al cinema: si ricordi
Alberto Sordi nell'Argante del film omonimo - qui dotata di un ritmo
sostenuto, in una traduzione azzeccata: Angelo Dallagiacoma ne conferma
la bellezza; e soprattutto di un'interpretazione all'altezza.
Lo Stabile di Bolzano che ha prodotto lo spettacolo nel sessantennio
della propria attività, si è avvalso della strepitosa calata nel
personaggio del malato di Paolo Bonacelli. Fisico pacioso
perfetto, aderenza psicologica e vocale, mimica duttile, multiforme
a ogni evenienza, comicità sottile, sempre consapevole e furba,
un Argante a tutto volume, che in fondo nasconde un velo di malinconia,
e conquista per la simpatia con la quale si muove da protagonista/vittima,
egoista e reattivo. Patrizia Milani dona una dinamica Tonina un
poco maschera, molto divertita e puntuale nel cavare il padrone
dalla sua dabbenaggine. Attorno i caratterizzati personaggi dei
medici, sui quali emergono Fabrizio Martorelli nel pretendente di
Angelica dottor Diarroicus, decisamente grottesco come esige il
copione, che vagamente ricorda qualche progenie politica attuale;
il farsesco dottor Purgon nell'eccessiva ma indovinata caricatura
di Roberto Tesconi. Carlo Simoni è Beraldo, che fa da contraltare
al fratello, e non può che essere normale come un interessato moralista.
Godibile nella fresca giovinezza d'innamorata, l'Angelica di Gaia
Insenga; mentre la bella Giovanna Rossi incarna una luciferina moglie
di Argante. Diciamo che Massimo Nicolini è un debole Cleante, e
che il rimanente del cast compie interamente il proprio dovere.
Regia che tende all'onirico, e ottiene un bell'allestimento comico,
senza dimenticare la sorte dell'autore legata a un testo che pare
il suo testamento.