IL FU MATTIA PASCAL
di Luigi Pirandello
Versione teatrale e regia di Tato Russo
Il
romanzo venne scritto da Pirandello nel 1904, anno che vide il fallimento,
per allagamento, della miniera di zolfo paterna e il pauroso degrado
mentale della moglie, Maria Antonietta Portulano. Il fu Mattia
Pascal, conobbe un grande successo di pubblico, tanto che fu
quasi immediatamente tradotto in tedesco. Poi la sua fortuna si
accompagnò a quella del suo autore, il quale tuttavia ebbe a soffrire
per le crisi della moglie, sino a farla ricoverare in un istituto
psichiatrico nel 1919.
Perché questo inizio di recensione? Perché Pirandello scrisse il
romanzo durante le notti di veglia a Maria Antonietta, e viene spontaneo
pensare che la fuga del protagonista dalla sua esistenza di travet
bibliotecario, amareggiato da un triste e forzato matrimonio, assomigli
forse allo stato d'animo dello stesore. Ma è solo un sospetto non
sostenuto da alcun supporto documentario.
Per continuare nel racconto, Mattia perde la madre carissima e
perde anche il figlio che ha avuto con Romilda, la consorte con
cui, e con la suocera, vive un'esistenza disperata e infelice. E
corre via da tutto: non è quel che si dice un brav'uomo Mattia Pascal,
è anzi un poco vigliacco. Ha visto un giorno su un opuscolo di propaganda
turistica il nome di Montecarlo, il magico luogo del Casinò, dove
tentare la fortuna, e con i soldi lasciategli da sua madre vi si
reca. La chance del neofita lo porta a vincere una somma enorme,
che difende dalle lusinghe di ritentare la sorte come gli suggerisce
una sciantosa.
Poi decide di tornare a Miragno, il suo paese. Se nonché alla stazione
ferroviaria di Montecarlo si parla del suicidio di un tale di Miragno,
scoperto in stato di avanzata putrefazione e riconosciuto come il
bibliotecario Mattia Pascal. Come? Mattia Pascal è morto! I giornali
dicono che le fattezze sono le sue, la suocera deve aver desiderato
di riconoscere il genero in quel cadavere... Se veramente Mattia
Pascal non è più, si assecondi il destino. E così avviene. Egli
cambia nome, si chiamerà Adriano Meis, muta sembiante con il lasciarsi
crescere capelli e barba, indossa gli occhiali per coprire l'occhio
malandato. E viaggia! Parigi, Vienna, Londra… Poi stanco del suo
girovagare, prende alloggio in una piccola pensione di Roma, condotta
dalla famiglia Paleari. Qui conosce Adriana e se ne innamora, anche
la ragazza è presa di lui. Ma i familiari sospettano, cosa fa quel
tizio? Quali soldi gli consentono di vivere a uffa, c'è sotto qualcosa.
Inoltre, Mattia/Adriano non può esporsi con l'amata, perché lui
non esiste come persona legale: chi è Adriano Meis? Quali documenti
d'identità lo riconoscono? I Paleari hanno il debole delle sedute
spiritiche e coinvolgono anche Mattia. E' durante una di queste,
forse artefatte, riunioni, che uno di famiglia va nella sua camera
e gli ruba parte del denaro celato in una borsa. La sua identità
gli impedisce di denunciare il ladro e finge di avere recuperato
la somma. Quindi, disgustato di quella vita impossibile, dell'amore
che non può realizzare con Adriana, risolve di tornare al suo paese,
gustandosi l'incredulità e lo stupore dei concittadini. Ma il ritorno
è meno felice di quanto non potesse immaginare; la moglie Romilda
è ora sposa di un altro, la sua casa è la casa di un altro e persino
la tomba, che reca sulla lapide il suo nome, è la tomba di un altro.
Rimane a Miragno guardato da tutti come uno che assomigliava al
povero Mattia Pascal, e ogni giorno va al cimitero a "farsi" visita.
All'addetto che gli domanda chi sia, risponde: "Io? Io sono il fu
Mattia Pascal".
Questa è la versione di Tato Russo, tratta dal romanzo pirandelliano,
rappresentata al Teatro Carcano di Milano. Non è probabilmente la
vera; per esempio Tullio Kezich ne trasse un'altra che Flavio Bucci
mise in scena nel 1993; prima ancora il romanzo approdò al palcoscenico
per la regia di Squarzina con Giorgio Albertazzi, anche Pino Micol
vi si cimentò, a conferma che il romanzo è una accattivante calamita
teatrale che attira interpreti e pubblico. I significati della storia
di questo transfuga dalla propria vita possono essere diversi, e
tanti si sono esercitati a scoprirli. L'intento di disfarsi delle
convenienze sociali e illudersi di vivere pienamente libero è ciò
che Silvio D'Amico dice nei suoi giudizi. Qualcuno addirittura parlò
di pre-teologia, poiché Mattia forgia come dal nulla un altro sé
stesso, e nel momento in cui si dà un nome, si costruisce un passato,
fabbricandosi come individuo nuovo, in fondo sembra operare su di
sé l'atto creativo di Dio. Sarà pure; più prosaicamente il nostro
protagonista appare un uomo che non sa affrontare le situazioni,
le evita bellamente e la sua punizione è quella di non saper amare
e di non sapere ricevere amore.
E' quanto si intuisce dallo spettacolo di Tato Russo. Che inizia
con la vigliaccata di Mattia che ha amato Olivia, le ha fatto fare
un figlio e un altro l'ha sposata facendosi passare per padre; si
è unito a Romilda senza sentimento, ha avuto da lei il figlio che
è morto, ed è fuggito da una esistenza infernale. Dopo, ha voluto
bene ad Adriana senza poter soddisfare il suo amore. E anche allora
fugge. Quando ritorna al paese trova Romilda sposata con un amico
che è padre di un bambino. Gira per le strade, e tutti hanno paura,
come trovandosi davanti a un morto che cammina; vogliono dimenticarlo,
ed è la vendetta della vita, dalla quale si è allontanato. E' veramente
un "fu" il nostro Mattia Pascal, che ha rifiutato il suo destino
di uomo e si è "suicidato" più volte per scappare in un'altra apparenza,
e trovarsi alla fine un "volontario che riposa", come recita la
lapide nel cimitero di Miragno.
Lo spettacolo si snoda con buon ritmo, ed è completamente nelle
mani e nella interpretazione di Tato Russo, che gli ha impresso
l'impronta registica. Il carosello delle avventure, degli incontri
e degli ambienti non conosce pause; nell'atmosfera cupa dei ricordi
avviene la confessione di Mattia, recitata dalla sua voce esterna
che ha il compito di collegare i diversi quadri. Bello l'avvicendarsi
dei comprimari, taluni caratterizzati a dovere, che incrociano il
protagonista e lo determinano, lo provocano, lo stanano fino a renderlo
quel poveraccio che tanti, forse, vorrebbero imitare, nell'illusione
di fuggire dalla vita quotidiana che va accettata e vinta. C'è una
morale, in questo trascinante spettacolo, che si impone sulla parabola
pirandelliana. Gli è, che le emozioni e il dialogo, lo sparecchiare
e apparecchiare dei luoghi deputati, gli effetti di luce, i significativi
specchi infranti e lo scontro continuo cui è sottoposto Mattia,
rendono assai efficace la versione teatrale del romanzo.
Tato Russo rotola nel personaggio come uno strumento destinato,
fatalmente condotto dalla propria voglia di fuggire e di trovarsi
nei guai. Brava Katia Terlizzi in Adriana, come esprime il suo timido
amore per Adriano Meis. Bravi tutti gli attori che interpretano
i numerosi personaggi della vicenda. Potrei fare qualche nome, come
il repellente famiglio dei Paleari reso da Francesco Acquaroli;
o le donne di Mattia: Marina Lorenzi, Caterina Scalatrice e Carmen
Pommella. Il cast è ben fuso e il successo ha arriso al Carcano,
splendidamente pieno di studenti e di pubblico soddisfatto.