Al
Teatro Carcano di Milano è andato in scena l'ultimo spettacolo
della stagione 2010-11 Medea, di Euripide (485-406 a.C.). Il tragediografo
greco rappresentò il dramma nel 431 a.C. ad Atene, traendo la vicenda
dalla saga degli Argonauti. Da allora, nel corso dei secoli, il
mito è stato rivisitato da innumerevoli autori, a iniziare da Seneca,
nel primo secolo d. C.; poi Corneille, nel 1635; Niccolini, nel
1810; l'austriaco Grillparzer, nel 1822; Legouvè, nel 1852; Anouilh,
nel 1946; Corrado Alvaro, nel 1949. Per dire di Pasolini, che ne
fece una famosa trasposizione cinematografica con Maria Callas.
Ciascun autore, e naturalmente anche ogni traduttore, rivede la
storia della barbara maga della Colchide a modo proprio, introducendo
o scavando significati o valori che stanno all'interno del personaggio
e del suo tragico destino. Lo hanno fatto pure Michele Di Martino
e Maurizio Panici, anche regista dello spettacolo attuale, i quali
hanno puntato su una traduzione modernissima e soprattutto su una
attrice protagonista di forte temperamento, qual è Pamela Villoresi.
Inoltre, al Carcano hanno montato un allestimento destinato per
l'aperto, come i grandi teatri greci della Sicilia, e questo si
vede. La linea spettacolare consente che gli attori vestano con
abiti di oggi, e ciò accentua la cifra moderna, come a suggerire
che la vicenda ha ancora valenze di attualità. Tutto è puntato sul
dialogo e sui monologhi: parola di teatro che conserva la grande
nobiltà dei classici a cui è data la preminenza. Niente avviene
in scena come azione diretta, ma tutto è raccontato magistralmente.
Medea è una figura molto nota e celebrata. La sappiamo sposa
di Giasone, che ha aiutato nella conquista del Vello d'oro, e lo
ha fatto per amore dell'eroe, al quale ha dato due figli. Ora, il
marito, forse sentendosi inferiore a Medea per le sue arti magiche
che hanno contribuito a uccidere il drago che custodiva il Vello,
si invaghisce di Creusa, figlia di Creonte, la sposa e diventa spergiuro
nei confronti di Medea. Creonte, per timore di una vendetta verso
la figlia, le intima di lasciare subito Corinto con i due bambini.
Impetrando pietà, ella riesce a spostare di un giorno la partenza,
e in questo breve lasso di ore medita la sua vendetta. Porgerà falsamente,
alla nuova sposa, doni avvelenati che la uccideranno, e con lei
qualunque l'avvicini, compreso suo padre Creonte. Incontra Egeo,
il quale le racconta di essere addolorato per la mancanza di figli,
e Medea risponde che in cambio dell'accoglienza che gli chiede per
sé e i bambini, potrà diventare padre. Ha un colloquio con Giasone,
il pavido e mentitore uomo che le assicura di essersi unito a Creusa
per il bene dei loro figli. Questo scatena ancor più in lei il proposito
di vendicarsi, perciò, dopo averli teneramente e maternamente salutati,
Medea uccide i due figli. Neppure concede a Giasone di seppellirli
perché si allontana sopra un carro alato rimproverandogli la responsabilità
dell'eccidio, mentre stringe i miseri resti delle sue creature.
La crudele parabola della madre assassina va letta come una trasfigurazione
poetica, dai molteplici segnali. Medea è una straniera, non ha quindi
diritti acquisiti nella patria del marito, da lei aiutato, per cui
Giasone si sente inferiore, e probabilmente mai innamorato. Poi
è anche una maga dai poteri eccezionali, e ciò la rende temibile,
ed insieme molto forte. Infatti, fa valere il proprio diritto di
donna, di moglie e di madre, e sa assumere le decisioni conseguenti:
sia pure estreme e fatali. Sembra senza pietà, ma pure gli altri
non ne hanno per lei; barbara lo è certamente e lo dimostra ribellandosi
alle leggi che fanno di una donna un essere infimo e deteriore.
La sua tragica volontà cozza con la debolezza dell'ambiente e la
eleva a eroina assoluta, quasi un'antesignana della condizione femminile
e di opposizione alla società repressiva.
Pamela Villoresi è una Medea di trascinante vigore, sa trasmettere
ogni pulsione interiore del personaggio, la sua voce si accompagna
alla gestualità e forma un unicum umano di donna nelle cui vene
e viscere scorrono il dolore, il rancore, l'urlo più accorato e
drammatico, la passione materna e la ribellione sponsale, come l'orgoglio
femminile offeso nel profondo. Una grande e sofferta interpretazione.
Gli altri attori la affiancano ma, per ruolo, non la raggiungono;
bene il Giasone di David Sebasti, e l'Egeo che il regista Maurizio
Panici interpreta compreso nel suo dire di padre mancato. Bravo
il messaggero che Andrea Bacci comunica nel suo monologo, elegante
il Creonte di Renato Campese.
Il teatro era pieno di attenti studenti e il fascino della tragedia
li ha trascinati ad applausi scroscianti. Medea conquista nuovamente
le platee.