NATHAN IL SAGGIO
di Gotthold Ephraim Lessing
Regia di Carmelo Rifici
Nathan
il saggio, allestito per la prima volta a Berlino nel 1783,
è l'ultima opera drammatica di Lessing, nato a Kamenz il
22 gennaio 1729, filosofo tedesco illuminista e ottimo autore teatrale.
Sue, tra l'altro, le commedie Minna von Barnhelm del 1767;
Emilia Galotti del 1772; oltreché di saggi importanti sulla
religione cristiana e sul teatro. Lessing, figlio di un pastore
protestante, secondo di dodici fratelli, dal padre viene iscritto
alla facoltà di teologia di Lipsia, ma la sua propensione va alla
filosofia, alla letteratura e al teatro. Tanto che una compagnia
teatrale di cui si era fatto sostenitore gli mette in scena il primo
lavoro Il giovane erudito.
Scrive Paolo Di Sacco in suo saggio che Lessing, come autore drammatico,
cercò di liberare la scena tedesca dall'influsso francese, in vista
della formazione di un teatro nazionale, tanto da fondere la commedia
dei tipi e dei caratteri, di sapore illuministico e di derivazione
goldoniana, col patetismo della commedia "lacrimevole" che molto
successo riscuoteva presso il pubblico "medio" delle città.
Perciò, la storia di Nathan il saggio, rappresentata al
Piccolo Teatro di Milano per la regia di Carmelo Rifici,
si ambienta come una favola sullo sfondo del Medioevo, ma è impregnata
di idee settecentesche. Il periodo storico dentro al quale ha vita
la commedia è quello della terza Crociata, nella città di Gerusalemme.
Qui vive il vecchio ebreo Nathan, uomo ricco e da tutti stimato
per la sua saggezza. Egli ha allevato in casa propria Recha, la
quale un giorno, in assenza del padre, viene salvata dal fuoco di
un incendio per il tempestivo intervento di un giovane monaco Templare.
Costui era stato condannato a morte dai musulmani, ma la rassomiglianza
con il defunto fratello del sultano Saladino aveva indotto quest'ultimo
a risparmiargli la vita. Di più, il giovane si innamora di Recha,
sebbene ebrea e sebbene lui monaco, e riamato la chiede in sposa
al padre. Nathan però indugia per prudenza, e suscita l'ira del
pretendente che viene, in seguito, a sapere dalla pettegola serva
Daja, che Recha non è figlia di Nathan, ma una cristiana figlia
di genitori cristiani. Senza fare nomi, il Templare va a chiedere
consiglio al Patriarca cristiano di Gerusalemme, e il presule dice
che, nel caso proposto, chi ha allevato una cristiana alla religione
ebraica deve essere punito con la morte. Il giovane chiede aiuto
al Saladino per vincere la resistenza di Nathan, e qui avviene un
improvviso riconoscimento: il Templare è figlio di Assad, fratello
del Saladino, per la cui rassomiglianza gli venne salvata la vita,
e di una nobile donna tedesca, madre pure di Recha, e i due giovani
sono fratello e sorella. Recha è stata custodita da Nathan come
una figlia, dopo che al mercante vennero uccisi la moglie e i sette
figli, e la bimba ha rappresentato la sua famiglia, educata come
creatura felice e buona. Il giovane e Recha, figli della stessa
madre, ora simboleggiano l'unione delle tre religioni: i due fratelli
sono cristiani, figlio di un musulmano lui, cresciuta da un ebreo
lei, il massimo della fratellanza umana e della pace sociale.
La favola è il terminale delle idee filosofiche di Lessing,
spiegate nel testo con il dialogo tra Nathan e il Saladino, quando
costui, per un ritardo di pagamenti, va a domandare denaro all'abreo
e ne ottiene in abbondanza. Dialogo che culmina nella novella dei
tre anelli, desunta dall'autore dal Decamerone di Boccaccio,
che l'ha posta nella prima giornata della sua celebre opera. Un
padre, prossimo a morire, decide di lasciare al migliore dei suoi
tre figli il proprio prezioso anello. Non sapendo però scegliere
il meritevole, fa forgiare due copie del medesimo gioiello, tanto
che alla sua morte nessuno saprà qual è l'originale, dotato di particolari
poteri. Questo apologo, dice Nathan, risponde alla domanda del Saladino
su quale sia la vera religione tra le tre che si richiamano al monoteismo.
La saggezza di Nathan attribuisce a tutte e tre una parte indistinguibile
di verità.
E siamo al relativismo etico, o alla morale laica, come dice ancora
Di Sacco. Il discorso sarebbe lungo, e andrebbe articolato; ci si
limita a considerare come Lessing tratteggia le diverse figure dei
suoi personaggi. Nathan è il saggio per eccellenza, il suo illuminismo
gli fa dire che non bisogna discriminare; il Saladino è un buono
per natura, pronto a condonare la vita a un nemico solo per una
vaga rassomiglianza, e dare la mano a un ebreo convinto dalle sue
teorie. Il Patriarca cristiano, invece, è descritto come un'arrogante
e meschina autorità, il vero e solo "cattivo" della parabola, che
minaccia di accendere il rogo per l'ebreo che ha traviato per religione
una cristiana.
Le agnizioni che risolvono l'intreccio sono volutamente artate
e simboliche, derivano da un sentimento di dignità umana, che ricorda
Kant, e gli ideali massonici dell'autore orientati a postulare una
religione-non religiosa, che accontenti tutti, in un appiattimento
in cui ciascuno colga il meglio per sé. La tolleranza senza obblighi
consente di rapportarsi con Dio come piace a se stessi. La favola
è dunque bella e comoda.
L'analisi potrebbe, e dovrebbe, approfondirsi. Il veicolo
del teatro è un supporto culturale straordinario, soprattutto, come
nello spettacolo rappresentato al Piccolo Teatro, quando l'allestimento
è molto curato, bene recitato e decisamente schierato. Bello l'apparato
scenografico reso da pannelli semoventi che guidano l'ambientazione
multipla senza orpelli e suppellettili, abitato dai personaggi stagliati
dalla regia con perfetta adesione degli attori.
Il Nathan di Massimo De Francovich è padrone dei propri sentimenti,
lucido nelle esposizioni dettate dalla sua filosofia e dalle convinzioni
sposate nel profondo, che si chiamano saggezza, ma forse è più scienziato/filosofo
che uomo. Fausto Russo Alesi fa un Saladino senza difetti, buonista
e prono a farsi convincere: più uomo che guerriero. Marco Balbi
è il Patriarca anti ecclesiastico, simbolo dell'istituzione cattolica
negativa, reso macchietta da una interpretazione giocata sopra il
rigo in tutti i sensi. Il Templare di Vincenzo Giordano è irruente,
giovanile negli slanci e nelle decisioni, dinamico e gestualmente
carico nei sentimenti proclamati senza risparmio. La brava Stella
Piccioni è una Recha immediata, come esige il suo personaggio di
adolescente sbocciata nella calda saggezza paterna. Melliflua Francesca
Ciocchetti in Sittah, sorella del Saladino, spesso celata a spiare
gli eventi che accadono e a suggerirne le mosse. Per ultimo le due
figure che realizzano la parte ironica dello spettacolo: la Daja
di Bruna Rossi, e il Derviscio e il Frate resi da Massimiliano Speziani.
La prima, fanatica cristiana balia di Recha, dalla lingua mobilissima
e agitata come una spada: è lei l'informatrice dei segreti di famiglia.
Bravissimo il secondo, interprete delle duplici parti che tratteggia
con dovizia mimica e caratterizzazioni efficaci e spiritose: nel
Frate come nel Derviscio lo Speziani si rivela attore di grandi
qualità.
Nathan il saggio non venne mai rappresentato alla presenza
dell'autore, che morì il 15 febbraio 1781, e si dimostrò sempre
scettico sull'esito teatrale, sia per motivi di contenuto che di
pratica rappresentazione. Soltanto nel 1801, Goethe, che ammirava
molto il testo, chiese a Schiller di rimaneggiarlo per la messa
in scena a Berlino. La "serena ingenuità" con cui si discuteva sul
problema religioso, era per il grande poeta la coincidenza della
verità dell'uomo e della morale.