PAGINE STRAPPATE
di Aldo Cirri
Regia di Michele Faracci
E'
importante che il teatro, anche quello amatoriale, si avvicini all'esistenza
delle persone che soffrono per difficoltà fisiche gravi, senza prospettive
di soluzioni, e ne racconti le vicende. E' quanto abbiamo sperimentato
al Teatro San Giuseppe, di Milano, ove la nuova compagnia
"Ad majora" ha presentato l'atto unico Pagine strappate,
dell'autore romano Aldo Cirri, pubblicato dalla rivista "Teatro"
edita dal GATaL. Lo spettacolo era mirato a una manifestazione a sostegno dell'AIMA,
(Via Soave 24 Milano, telefono 02 83241385) associazione che aiuta
i familiari dei malati di Alzheimer, sottoposti a un calvario doloroso
a fianco dei parenti colpiti dalla devastante malattia.
A corredo, o a pretesto dello spettacolo, alcuni medici ed esperti
hanno illustrato le caratteristiche della patologia, le cause e,
soprattutto, l'impossibilità, per adesso, di approdare a una guarigione.
L'Alzheimer è tuttora una malattia misteriosa, le cui cause remote
sono sconosciute; sono noti solo i decorsi, e i danni provocati
dalla scomparsa dei neuroni celebrali, i quali decadono come a macchia
di leopardo, nel cervello, e impediscono il contatto e il rapporto
normale tra le varie zone, con una riduzione delle sinapsi: connessione
tra i neuroni, con la comparsa delle placche senili e i grovigli
neurofibrillari.
Sappiamo che chi viene colpito da questo flagello non è più una
persona integra e, a iniziare dalla perdita della memoria, peggiora
di continuo, sebbene taluni farmaci contribuiscano a rallentare
l'inevitabile degrado. I familiari che vivono con i malati di mente
vanno aiutati in ogni modo, sostenuti con la compagnia di altre
persone e le pause di ristoro. Questa è l'attività dell'AIMA, che
conosce quanto soffrono e rischiano coloro che accompagnano quotidianamente
i loro cari, e cerca di porre rimedio. Tra l'altro, durante la serata,
è stato detto che chi si muove sovente, e si dedica a letture, ha
interessi culturali, viaggia, visita mostre e musei si avvantaggia
nell'allontanare il pericolo di ammalarsi di Alzheimer; addirittura,
coloro che fanno teatro come attori, cioè esercitano la memoria,
riescono a ritardare persino di dieci anni la possibile caduta nella
patologia.
Lo spettacolo ha fatto, come detto, da richiamo straordinario.
Diretto da Michele Faracci, anche attore del personaggio di Paco,
l'atto unico si è svolto con l'emozionante introduzione dei medici
e ha coinvolto nella trama anche chi non sa, o rifiuta di accostarsi
all'Alzheimer.
Vittoria è stata una pianista di valore, ora resa una larva umana
a motivo del male. Accudita dal fratello, Paco, viene visitata da
un assistente e una dottoressa, che devono decidere il ricovero
in un istituto specializzato. Paco è tutt'uno con lei; sebbene Vittoria
non parli, ella comunica con lui mediante insignificanti gesti,
trasmissioni misteriose di messaggi, parole non espresse, eppure
chiare, che il fratello intende e a cui obbedisce. E' una specie
di simbiosi, aiutata dalla musica che è stata la sua anima e il
suo amore esclusivo. Vittoria è come se, vitalmente, non ci fosse,
ma è lì presente; tanto che gli assistenti si meravigliano dell'eccezionale
rapporto che intercorre fra lei e Paco. La dottoressa, dapprima
quasi seccata e frettolosa nell'assolvere il compito professionale,
si sente via via curiosa e interessata. Attratta dalla musica, che
Paco continuamente fa diffondere dai dischi, e dal contegno affettuoso
del fratello, pone domande e si sente rispondere: "Io da lei, in
questi anni di silenzio, attraverso i suoi occhi e i suoi miseri
gesti, ho imparato a osservare, ad attendere, ad ascoltare…". La
solitudine di Vittoria è mitigata e condivisa da Paco, che a lei
si dedica, poiché "… coloro che vivono con una persona cara affetta
da questa devastazione, hanno creato un loro piccolo mondo, imparando
a convivere insieme ad essa". La relazione, dunque, si allarga anche
a chi crede di essere abituato, e protetto, dal contatto con il
mostro, come la dottoressa. Sa che assomiglia a un libro a cui strappiamo
una pagina, poi un'altra e un'altra ancora, finché non ci sono più
pagine da strappare e resta solo la copertina. Anche allora, tuttavia,
quell'involucro rimane una persona da accudire con maggiore trasporto
e dedizione, un atteggiamento che si chiama amore. La comunicazione
fraterna è il retaggio ultimo che Vittoria ha con l'esterno, se
le mancasse sarebbe solo un fossile umano, ma la sua anima non muore.
Se ne accorge la dottoressa che, finalmente, riesce a porsi in misterioso
dialogo con lei, in un muto e reale rapporto di vita, che concretamente
non appare, ma c'è. Il lavoro ha un'evidenza ideale, quasi astratta, però di avvertimento
e di aiuto. Gli attori lo hanno servito con umile e sofferta partecipazione.
Vittoria è stata resa da Daniela Crivellaro con vera aderenza:
si è recata con il regista in una clinica di malati di Alzheimer
per addestrarsi a interpretare la figura della ex pianista. Lo ha
fatto con rara verità, suscitando compassione per il realismo di
sguardi e di parchi gesti trasmesso, e le parole, tutte registrate,
aderiscono al suo comportamento di malata e sono la trovata teatrale
che rende efficace il lavoro. Brava davvero. Accanto è il fratello,
che Michele Faracci interpreta pieno di sentimento e adesione al
personaggio di Paco, quasi eroico nel darsi a lei interamente. Rita
Marchesini è una dottoressa di piglio, e poi di stupefatta scoperta
di un universo di sofferenza che cela quello che lei dava per scontata
devastazione, senza alcun rimedio possibile. Infine, l'assistente
di Sergio Ivancich, accompagna in delegazione, diremmo testimone,
il dramma che si svolge segretamente dentro le mura di una famiglia
qualunque. Come spesso accade, magari accanto a chi ignora, per
difesa, la realtà della demenza.