SARABANDA
di Ingmar Bergman
Regia di Massimo Luconi
Rieccoli
i personaggi di Scene da un matrimonio, trent'anni dopo ritrovarsi
e dirsi addio nell'intenso dramma Sarabanda, che lo stesso Ingmar
Bergman ha realizzato nel 2003, e pensato, disse, sia per il teatro
che per il cinema. Sono i medesimi Johan e Marianne, che nella versione
italianizzata di Alessandro D'Alatri, si chiamavano Giovanni e Marianna.
In Sarabanda, diretto da Massimo Luconi, per la traduzione di Renato
Zatti, sono rimaste la struttura e l'ambientazione svedese originali.
Ambedue gli spettacoli hanno trovato ospitalità al Piccolo Teatro
Grassi, di Milano, ove sono stati accolti con totale partecipazione.
Gli spettacoli differiscono come resa e interpretazione, e le scelte
operate infatti li distanziano decisamente. Se nella prima parte della loro avventura matrimoniale i due
protagonisti risultavano unici in scena, Sarabanda ci fa
conoscere anche i figli e le conseguenze di un trentennio di silenzio.
Marianne, come rispondendo a un impulso, o una chiamata misteriosa,
ha deciso di venire a trovare il suo ex marito, Johan, che vive
rintanato in una casa nei boschi come un animale solitario. Lo trova
in mezzo a libri e disordine, assolutamente assente e contrariato
dalla venuta di lei.
Marianne vorrebbe andarsene, ma lui la invita a cena, preparata
dalla invisibile segretaria e governante, signorina Nilsson. Nei
pressi, abita Henrik, figlio di un precedente matrimonio di Johan,
rimasto vedovo di Anna, morta di cancro da un paio d'anni. Con lui
c'è Karin, la figlia alla quale lo lega la comune passione per la
musica, a cui insegna a suonare il violoncello. Henrik dirige la
locale orchestra e suona l'organo della chiesa.
L'incontro tra i due coniugi è acre; Johan è un misantropo che odia
tutto, particolarmente il figlio, un tempo amato e poi respinto
senza giustificati motivi. Egli è attaccato invece a Karin, sebbene
non si vedano mai. Marianne gli racconta delle loro due figlie,
una è sposata in Australia ed è quindi come sparita; l'altra, Martha,
è malata di mente e vegeta in una casa di cura.
La venuta di Marianne è come un detonatore che scatena i drammi
intimi dei personaggi, sinora tenuti celati e coperti di rancori
e di odio. Quello che pure Henrik prova per suo padre, al quale
tuttavia si rivolge per finanziare l'acquisto di un antico violoncello
da donare a Karin, ricevendone un reciso rifiuto.
Il rapporto tra Henrik e sua figlia è tremendamente ambiguo, non
è soltanto la musica a unirli, ma anche un sentimento che va oltre
il legame di sangue; dopo la morte di Anna, Henrik ha travasato
in Karin tutto il trasporto amoroso e coniugale, sino a un incestuoso
sospetto. La ragazza, in un colloquio con Marianne, si rivela; altrettanto
farà suo padre in maniera sconvolgente, e il quadro desolante dei
protagonisti si delinea in tutta la dimensione.
Per allontanare Karin dal padre, nonno Johan le legge una lettera
molto importante, scritta da un famoso musicista che a suo tempo
l'ha sentita suonare, dove invita la giovane a trasferirsi in una
accademia finlandese per perfezionare la crescita artistica. Il
nonno pagherà tutto, compreso l'antico violoncello. Ma Karin non
ci sta, ella desidera la normalità di un posto in orchestra, tra
colleghi bravi e umili, piuttosto che il trionfo personale da solista.
Anzi, il colloquio la induce a lasciare il padre per una triennale
serie di concerti in Europa con una amica.
Ma la spinta decisiva la riceve dalla lettera che sua madre scrisse
prima di morire a Henrik, che Karin scopre casualmente tra le pagine
di un libro. La moglie esorta il marito a lasciare libera la figlia,
per interrompere l'innaturale e morboso rapporto che li lega, che
la sua presenza ha finora frenato. Karin legge la lettera a Marianne,
e a lei dice che, pur essendo trattenuta per le conseguenze che
ne potrebbero derivare, tuttavia deve partire per superare le paure
e dedicarsi alla propria vocazione. Henrik, dopo che Karin gli svela
di avere trovato lo scritto di Anna, cerca di trattenerla con una
esibizione della "Sarabanda n. 5", di Bach, eseguita da entrambi
nel teatro locale.
Invano.
L'espediente non ha attecchito, è parso anzi un addio. Karin parte,
e suo padre tenta il suicidio, colpito dall'abbandono della figlia
che per lui era come l'incarnazione di Anna. La notizia dell'avvenimento
è recata a Johan da Marianne, e il padre si scaglia contro il figlio,
colpevole, grida, di un ulteriore fallimento che si unisce ai molti
sempre avuti nella vita. C'è la foto di Anna che prevale tra il
disordine, un affetto sincero che la morta ha saputo diffondere
in tutti, ancora esistente nell'animo del vecchio. Anche Marianne
ne è toccata, quel messaggio, come giunto dall'al di là, è una prova
d'amore, e la possibile salvezza per marito e figlia. Marianne,
che ha sempre cercato l'amore, ha trovato la risposta. Il ritorno
impulsivo da Johan, tutto ciò che vi è stato tra di loro, soprattutto
da giovani, e l'eros scatenato che li ha uniti ripetutamente, ora
si è mutato in una simbiosi di sentimenti e di comprensione.
Siamo quasi al termine. Marianne è a letto, nella casa di lui; Johan
le appare disfatto in camicia da notte, afflitto da un'angoscia
senza fine, da dolori psicologici e, forse, da rimorsi e da una
profonda disperazione: teme la morte, teme se stesso, il sudore
gli ha inzuppato la camicia e se la toglie; chiede a Marianne di
farlo anche lei, e i due anziani si stendono nudi nel letto con
intero il loro passato e la probabile ritrovata, umana compassione.
Il finale mostra Marianne accanto alla figlia Martha, immobile e
quasi murata nella malattia che le ottenebra la mente. Confessandosi
a lei, Marianne rivela che, dopo avere lasciato Johan, gli ha scritto
senza ricevere risposta: tra loro è sceso il silenzio e chissà se
l'ex marito non può rispondere, o ha deciso di farlo consapevolmente.
Di Henrik non ha avuto notizie, né si sa nulla di Karin, concertista
in tournée con l'amica, la quale non ha dato notizie di sé, tanto
che non si è potuto avvertirla del tentativo estremo del padre.
Nel dire queste cose, accarezza dolcemente Martha, che aveva trascurato
e ora, per la prima volta nella loro vita comune, comprende, e sente,
che sta toccando veramente sua figlia, la sua bambina.
Il capolavoro di Bergman, quasi un testamento dell'autore
dall'esistenza piena di teatro, cinema e sregolatezze, si chiude
con un appello d'amore che giunge da quell'Oltre, nel quale
lui a suo modo credeva e perseguiva, com'è riconoscibile in molte
sue opere. L'odio seminato nei personaggi, le sfrenate libertà sessuali
e la vocazione artistica: nel lavoro documentata dalla musica, non
cancellano le aspirazioni a una pulizia morale, a qualcosa di più
alto e infinito. Se in Scene da un matrimonio le pulsioni
naturali formavano un irresistibile e immediato arrendersi, in Sarabanda
vige la consapevolezza della miseria, mescolata all'incomprensione
che agita i cuori dei personaggi. Il diniego è una costante dei
dialoghi che intercorrono nei dieci quadri - come nel precedente
lavoro - e si scambiano le infelici creature. Solo Anna sembra avere
trovato, con la pace, la forza di imporsi e di trasformare la sua
famiglia. Gli altri due ex paiono in attesa di una liberazione o
di un evento che faccia loro capire chi sono, perché tanto soffrire
e odiare, in un egoismo che sa di crudele condanna, e finalmente
di resurrezione.
Scritto con finissimo stile, lo spettacolo incanta, cattura e fa
vivere le medesime angosce dei personaggi, sino a quel meraviglioso
invito finale che consola. I vecchi si rassegnano, forse!, Karin
è la speranza che, fuggendo, troverà una nuova esistenza.
I quattro attori di Sarabanda fanno a gara a introiettare
i propri sofferti personaggi, talché non si può giudicare chi sia
il più riuscito. Se Giuliana Lojodice in Marianne, oppure Massimo
De Francovich nel desolato Johan. Entrambi magnifici e sorvegliati,
soprattutto lei; Massimo è la rappresentazione stessa dell'odio,
poi della disperazione e del bisogno di aiuto. Luca Lazzareschi
interpreta Henrik e mette in lui la cattiveria, l'infelicità e l'egoismo
debole dell'uomo che sa di essere un fallito: grande attore. Infine,
Clio Cipolletta è una Karin da portare via, come un raggio di luce
nel buio: molto brava e compresa.
Un bellissimo spettacolo, diretto da Massimo Luconi con lo spirito
e l'attenzione a Ingmar Bergman, ed è la lode, crediamo, più bella.