SCENE DA UN MATRIMONIO
di Ingmar Bergman
Adattamento e regia di Alessandro D'Alatri
Prodotto
dal Teatro Stabile d'Abruzzo, prima produzione aquilana, tradotto
da Pietro Monaci, adattato e diretto da Alessandro D'Alatri, ecco
in scena al Piccolo Teatro Grassi, di Milano, il famoso Scene
da un matrimonio, sceneggiato televiso, e poi film scritto e
diretto dallo svedese Ingmar Bergman nel 1973.
Ormai un classico: venne allestito pure da Gabriele Lavia e Monica
Guerritore, il lavoro si avvale dell'interpretazione di due attori
che devono possedere la scorza dura del palcoscenico. Lei, Marianna,
è Federica Di Martino, e lui, Giovanni, Daniele Pecci, si calano
nei personaggi di moglie e marito, e durante lo svolgimento di dieci
scene danno vita all'avventura matrimoniale di una coppia borghese
italiana.
Si parte con una intervista a lei, avvocato e madre di due bimbe,
ben realizzata come donna, con un compagno geologo, anch'egli affermato
nella professione, che lo porta a viaggiare di frequente. Scena
dopo scena, si assiste ai loro dialoghi, alla incomunicabilità,
alle effusioni, agli impegni quotidiani, ai rapporti con i rispettivi
e impegnativi genitori, finché un giorno Marianna confessa di essere
incinta. Il dilemma è se fare nascere il bambino o abortire per
mantenere la raggiunta, seppur problematica tranquillità. Lo vorrebbero
questo terzo figlio, dopo avere scelto di non far nascere un precedente
bambino, ma la decisione finale è quella di recarsi in clinica per
disfarsene. Il mènage procede, ma una sera Giovanni sbotta di avere
una amante, la giovanissima Paola, con la quale vuole andare a convivere,
nauseato dalla esistenza noiosa e da tutti i legami della famiglia,
delle figlie, dei genitori e suoceri. Invano Marianna, colpita dalla
confessione, cerca di far riflettere il marito, Giovanni la lascia,
in vista anche di una trasferta in America presso una prestigiosa
università. Lei, moglie, è l'ultima a conoscere la tresca, da tempo
coltivata da lui, e saputa da tutto il circondario, e questo l'umilia
profondamente. In seguito, Giovanni si è stancato di Paola, la trasferta
non si fa più, i quattrini scarseggiano, con le figlie non ingrana
e Marianna domanda il divorzio, ergo viene a chiedergli la firma.
E' una scenata penosa, tutto sembra fallito e i due si fronteggiano
apertamente in modo crudele. Lei ammette di averlo tradito più volte,
e adesso di avere un amante; lui ha una crisi e, nonostante la situazione,
fanno ancora una volta, e selvaggiamente, l'amore: inutile. La scena
si chiude con una lite e con reciproche busse. Anni dopo, la decima,
e ultima scena si apre in una camera d'albergo, a letto ci sono
Giovanni e Marianna che tradiscono i rispettivi coniugi. Lo fanno
consapevolmente e con ardore: viene da dire che al di là di ogni
fallimento l'amore tra i due sussiste e ritorna inevitabilmente.
Perché due creature che hanno unito i propri destini matrimoniali
si comportano nella maniera più dolorosa e sbagliata? Le risposte
possono essere molte, e tutte personali. Prima di ogni considerazione,
va detto che quanto visto è tarato su un versante prettamente italiano,
niente del nordico proposto, e vissuto!, dall'autore, sommo regista
e grande amatore di donne. Nel lavoro è riscontrabile l'enorme facilità
di sperimentare sentimenti e sessualità, con motivazioni che si
possono definire cronachistiche, ove ogni particolare fa riferimento
a fatti minuti e/o casalinghi/familiari. Tutto è voluto come l'arrendersi
alle pulsioni naturali, ai comportamenti culturali borghesi, liberi
da ogni legame o ordine morale: se piace si fa; se mi dà fastidio
rifuggo, le conseguenze: dice Giovanni, chi se ne frega! Lui è un
debole, sincero e immediato; lei una donna in cui si indovinano
dei principi, però sono disattesi. L'amore, quello sì, esiste in
loro, ma non vince, è solo una panacea, non un vincolo.
L'agra denuncia scende in platea come una sorta di esame di coscienza,
o cartina di tornasole, certamente con totale interesse. Merito
dei due attori, i quali si concedono ai personaggi con bellissima
disponibilità, specialmente lei. Bella la scenografia, un elegante
bianco di tendaggi che Matteo Soltanto ha creato per tutte le ambientazioni.
Le musiche originali di Franco Mussida spezzano, e collegano il
decalogo scenico, diretto realisticamente da D'Alatri. Successo
e applausi.