SERVO DI SCENA
di Ronald Harwood
Regia di Franco Branciaroli
Siamo
nel 1942 a Londra, bombardata dagli aerei tedeschi, nel teatro dove
si rappresenterà tra poco Re Lear e ne è interprete l'attore
Sir Ronald. Nonostante la minaccia delle bombe i londinesi frequentano
i teatri, come una sfida al nemico. Sera dopo sera il repertorio
della non primaria compagnia cambia, e il dramma di Shakespeare
è giunto ormai alle duecento repliche.
In camerino Norman attende l'arrivo dell'attore, il quale tarda
creando grande apprensione. Finalmente, il nostro giunge sfinito
dai bagordi, malato di vecchiaia e di stravizi, durante il giorno,
pare, ha persino commesso cose innominabili per strada. Norman è
con lui da sedici anni, lo accudisce come servo di scena, cioè gli
aggiusta i costumi, lo aiuta a prepararsi nel trucco, ma anche lo
sorregge nei momenti critici della memoria, gli fa da amico e confidente,
un servo appunto che, in una strana simbiosi, un poco ambigua, è
condizionata dall'umore bizzarro dell'attore: un rapporto tra subalterno
e padrone, fra uno che ha bisogno di aiuto e l'altro che non può
fare a meno di aiutarlo, sia pure tra imprecazioni, molta pazienza
e tanto alcol, trangugiato da Norman di soppiatto. Dopo il laborioso
vestimento scenico e il trucco, Ronald riesce a fatica ad entrare
in scena per interpretare il gigantesco personaggio di Lear, mentre
l'allarme aereo avverte che i tedeschi stanno arrivando per sganciare
il loro carico di morte. La tempesta scenica si accompagna così
a quella tremendamente vera che avviene all'esterno del teatro:
scoppi e fiamme si alternano alla macchina del vento e alla lamiera
che simulano la furia degli elementi e il dramma del Re tradito
dalle figlie, con Sir Ronald in piena crisi, ma altrettanta bravura
che gli avvale il successo dello spettacolo. Al termine del dramma,
l'attore si abbandona esausto sul divano letto del camerino, e Norman,
ormai quasi totalmente ubriaco, si aggira solerte come al solito. Questo teatro nel teatro, che si svolge tra i fragori della guerra,
allude, con il minimo campionario di comprimari, simili a un'armata
Brancaleone di attori, a quelli validi partiti per il fronte. Ma
sono rimaste le donne. L'attrice Milady, che è pure la compagna
di Ronald, intrattiene con lui un sodalizio ormai colmo di ruggine,
ella passa per moglie ma in effetti è una donna stanca di guitteria
e di continue, logoranti trasferte. C'è Madge, direttrice di palcoscenico,
da sempre imperiosa professionista che comanda, antica possibile
fiamma del grande attore. Infine, Irene, la fresca e ambiziosa aspirante
attrice, che vuol entrare in arte, e rappresenta l'ultima pruriginosa
tentazione del vecchio satiro, che suscita l'irata gelosia di Norman.
Abbiamo lasciato l'attore nel proprio camerino. Egli chiede a Norman
di leggere le prime pagine dell'autobiografia che è intenzionato
a scrivere, come un addio alle scene. Per ora sono state stese soltanto
le dediche di ringraziamento, ove ci sono tutti: impresari, attori
e attrici, tecnici di scena, tutti meno uno: Norman che sta leggendo
per lui, che si è pure addormentato. L'alcol e la delusione portano
il servo di scena fuori dal pacato e abituale comportamento, quello
che lui ha sempre considerato come un padre padrone, non gli ha
dedicato neppure un accenno di stima. E non glielo potrà fare mai
più, perché Sir Ronald è intanto morto nel sonno. Allora la disperazione
di Norman si trasforma in una solitudine desolata, l'attore era
per lui motivo di vita, sostegno, compagnia, quasi un alter ego
diverso e indispensabile, e urla la propria disperazione.
Questo è Servo di scena, scritto dall'inglese Ronald Harwood
nel 1980 ebbe uno strepitoso esito, e fu sceneggiato pure in un
film nel 1983. In Italia lo interpretarono Gianni Santuccio e Umberto
Orsini, per la regia di Gabriele Lavia; chi ricorda quell'allestimento
non dovrebbe mancare a questo - visto al Piccolo Teatro Grassi
di Milano - diretto e interpretato istrionicamente da Franco
Branciaroli. La vicenda regge magnificamente per l'umanità agra
dei personaggi, e per lo scandaglio che spia tra le quinte del teatro
e ne svela miserie, soddisfazioni, fatica e gloria. L'autore lo
ha ben reso, e si sa che pure lui fu un servo di scena e attore
prima che autore di successo. Sapeva perciò della sregolatezza che
ha descritto. Colui che disse: il teatro fa perno su tre "esse":
sudore, sangue e sperma, era consapevole che l'arte del palcoscenico
esige con il trionfo anche gli eccessi e la dissolutezza. Inoltre,
v'è il rimando storico ad un periodo doloroso, come la Londra vittima
dei furiosi bombardamenti nazisti. Eventi che accaddero anche da
noi: chi sa che il bellissimo Teatro Manzoni di piazza San Fedele,
a Milano, venne cancellato in un notte d'agosto del 1943 dalle bombe
americane? Eppure, nei teatri di corso Vittorio Emanuele continuavano
le rappresentazioni. Riflessioni scaturite dallo spettacolo che
Branciaroli ha voluto dirigere con estrema precisione; bellissima,
per cominciare, la resa scenografica dello spazio/camerino il cui
realismo si moltiplica nel palcoscenico che gli sta sopra, ove avviene
la recita scespiriana., creazione della scenografa Margherita Palli,
che accresce il dinamismo dell'azione. Capolavoro teatrale è termine non sprecato, cui hanno contribuito
le interpretazioni degli attori, in primis Branciaroli stesso, mattatore
e gigione assoluto, forse un poco giovane rispetto al personaggio
di Sir Ronald, ormai distrutto dall'esistenza dissipata e dal teatro.
Meraviglioso il Norman di Tommaso Cardarelli, nella variegata eppure
misurata interpretazione del servo di scena, uomo buono, il quale
nasconde nel "sense of humor" la leziosità e la bizzarria del poliedrico
personaggio. Lisa Galantini è una Milady a più facce: attaccata
al suo uomo e di lui stanca di devozione. Bravissima la Madge che
Melania Giglio tratteggia nella parte della direttrice di scena,
multiforme ritratto di zitella algida e ancora vitale. Irene la
fa Valentina Violo, adatta al ruolo dell'aspirante attrice a ogni
costo. Daniele Griggio è un vecchio attore, e Giorgio Lanza corona
il cast.
Osanna meritati.