UOMO E GALANTUOMO
Di Eduardo De Filippo
Regia di Armando Pugliese
Al
Teatro San Babila di Milano sono sbarcati i napoletani, e
la platea si è riempita con e di entusiasmo. In scena Uomo e
galantuomo, scritta da Eduardo nel 1922, mentre ancora recitava
nella compagnia di Vincenzo Scarpetta. Il titolo originale era Ho
fatto il guaio? Riparerò. Il testo venne rimaneggiato e andò per
la prima volta in scena nel 1926 con il conosciuto titolo definitivo.
Eduardo recitava la parte di Alberto e Scarpetta quello del capocomico
Gennaro De Sia. Le cronache dicono del successo dello spettacolo,
che venne ripreso dai fratelli De Filippo: Eduardo, Peppino e Titina
nel 1933. Un altro allestimento risale al 1965, e in TV apparve
nel 1975. Chi scrive lo vide nel 1996 al Piccolo Teatro nell'interpretazione
di Luca De Filippo e l'esito fu strepitoso.
Ancora oggi, gennaio 2011, sorprende la vitalità comica del testo
che annoda vicende elementari in un meccanismo funzionale, e fa
esclamare: è una farsa ciclopica in salsa pirandelliana. L'ambientazione
anni Venti è mantenuta, e la scenografia (di Andrea Taddei) suggerisce
le molteplici localizzazioni della vicenda, che sorprende per la
costruita ma scattante successione degli eventi.
Siamo in un piccolo hotel di Bagnoli che ospita una compagnia
di guitti, invitati dall'amico di un attore, di nome Alberto De
Stefano, a recitare nella stagione estiva un improbabile drammone.
La sera precedente la recita è andata male e adesso gli attori vogliono
rimediare provando e riprovando le scene di un altro spettacolo.
I guitti sono meno che poveri, hanno sempre fame e cucinano i loro
intrugli in camera provocando puzze e fumi nauseabondi; stendono
pure i loro indumenti intimi nell'atrio e non hanno riguardi di
alcun genere, tanto da disturbare gli altri clienti. Lo spaccato
del mondo miserabile degli attori è uno dei lati più evidenti del
lavoro, come lo è quello della loro amoralità. Gennaro, il capocomico,
ha messo incinta Viola, e ora l'attrice deve andare sul palcoscenico
contenendo il ventre ormai maturo per il parto. Le prove sono il
momento più bello dello spettacolo, un vero monumento di comicità
demenziale con il suggeritore imbranato, gli attori penosi e il
pubblico che si sbellica dalle risate per le incongruenze e le bestialità
teatrali mostrate da quei poveretti. Inoltre, lo scalognato Gennaro,
per una stiratura distratta rovina la unica giacchetta, e, per una
serie di equivoci, si ustiona rovesciandosi sui piedi una pentola
d'acqua bollente pronta per i bucatini. Per caso viene assistito
da un dottore, che è il conte Talentano, il quale lo invita a casa
sua per curarlo.
Nel frattempo Alberto, l'elegantone, che ha una tresca con Bice,
viene a sapere che la giovane è rimasta incinta, allora, galantuomo
com'è, si offre di sposarla. Va a chiedere la mano della bella alla
madre, ma scopre che l'amante è già sposata con il già citato conte
Talentano. La disastrosa situazione lo induce per disperazione e
per salvarsi a fingersi pazzo, e i lazzi inverosimili cui si concede
costringono la forza pubblica a intervenire. Il conte, onde evitare
lo scandalo, consiglia ad Alberto di smettere di fingere e di farsi
ricoverare in manicomio come pazzo autentico, o gli sparerà un colpo
di pistola riparatore. Ma, colpo - vero - di scena, Bice ha intanto
scoperto che il marito coltiva una relazione con una donna maritata,
perciò pazzo dovrà fingersi anche lui per evitare di finire in tribunale
per adulterio e rovinarsi per sempre.
La salsa pirandelliana cui si accennava ricorda quella del Ciampa
de Il berretto a sonagli, ma in Eduardo la pazzia è solo
un pretesto comico per portare avanti la sua esilarante farsa. Non
ha valenza filosofica, però sembra necessaria per poter accettare
una verità sociale sgradita come l'adulterio, e si fonde con il
motivo della giovane moglie che tradisce il marito per rivendicare
una propria dignità ed emanciparsi dalla sua padronanza. Esiste
nel testo l'incontro tra la miseria dei guitti e una borghesia ipocrita
e ruffiana, tesa a salvare le apparenze e a scansare la realtà di
una condotta di vita opportunistica.
Lo spettacolo esalta i tempi comici, in un'immagine di "come
ridevano" i nostri antenati, e si rifà ai vaudeville di taglio francese,
come usava allora. Infine, questo è teatro teatro, nel senso maggiormente
esplicito del termine. Il ritmo dei tempi, e la complessità anche
ingenua della trama è scandita dall'assunzione incessante del dialogo
e dei movimenti nei quali niente è risparmiato, sino all'esasperazione
voluta per conseguire il traguardo del divertimento: un carosello
infinito di grotteschi accadimenti. Merito della regia di Armando
Pugliese, scaltrito artefice del risultato e direttore avveduto
degli attori: napoletani veraci, indispensabili per la riuscita
dello spettacolo. Gennaro lo recita un indiavolato Francesco Paolantoni,
trottola del suo personaggio cui regala ogni atteggiamento comico.
Bene Mimmo Esposito in Alberto, caleidoscopio di mimica ed eleganza.
Il numeroso cast consente di emergere a Tonino Taiuti, Susy Del
Giudice, Fiorenza Calogero, Patrizia Spinosi, Sergio Celoro. Ma
ognuno traccia un carattere, il cui segnale ha in Napoli il proprio
"made in".