GRISU', GIUSEPPE E MARIA
di Gianni Clementi
Regia di Nicola Pistoia
Ecco
una commedia napoletana che può reggere il paragone con la
tradizione del teatro partenopeo. Scritta da un autore romano, interpretata
da attori che non fanno il bagno a Mergellina (solo uno), una
trama vispa che mescola la comicità con la Storia, quella del
dopoguerra dove la gente tentava di farsi popolo consapevole, e
la genuinità, come il bisogno e la povertà, imperava. Perciò, gli
uomini emigravano in massa all'estero, e sullo sfondo del lavoro
di Gianni Clementi c'è la tragedia di Marcinelle, la miniera belga
nota per la morte di 136 lavoratori uccisi, nel 1956, dall'invisibile
gas assassino, chiamato grisù.
Nella farsa, possiamo pure definirla così, il cui titolo Grisù,
Giuseppe e Maria, potrebbe anche apparire irriverente, accadono
talmente tanti fatti che il carosello rotola senza pause dal principio
alla fine. Il tutto avviene all'interno della sacrestia di una
chiesa di Pozzuoli, il cui parroco, don Ciro, è capitato non
esattamente come il cacio sui maccheroni, ma la cui opera è tesa
al servizio della sua comunità; l'impatto con il quotidiano lo fa
percepire laico, e insieme sacerdote dotato di umano buon senso
e simpatia. L'inizio vede la confessione/preghiera di donna Rosa,
quasi un excursus o racconto del passato, ma la regia non ha sottolineato
questo aspetto. Poiché, immediatamente si apre il sipario sulla
sacrestia con il parroco alle prese con Vincenzo, l'apprendista
sacrestano, afflitto da zoppia e da una mano di legno, e fosse solo
quello!, orfano allevato dalle suore e ora, adulto, preso in carico
da don Ciro. E' la prima di molte scene gustose, protagonista appunto
Vincenzo, il quale è ignorante, opportunista e furbo, impiccione
e smanioso di diventare prete, una vera croce per il parroco.
Arriva donna Rosa a dire al sacerdote di essere rimasta incinta,
dopo la rimpatriata annuale del marito, lavoratore nella miniera
di Marcinelle. Don Ciro la rimprovera perché ormai sono cinque i
figli venuti al mondo e da sfamare, ma la donna ribatte che è suo
dovere acconsentire agli amorosi sensi coniugali. Lasciamo immaginare
la verve del dialogo tra i due, la sostanza seria dei temi trattata
in una comicità di pelle, cifra della commedia che, come detto,
tiene la tragedia in contro luce, senza mai abbandonare il primo
piano umoristico. Nel caso, donna Rosa è venuta a farsi leggere
dal prete la lettera dettata dal marito Antonio a un collega, essendo
lei analfabeta e don Ciro è il referente di fiducia. Verrà in seguito
anche la nubile sua sorella Filomena, a confessare al prete di attendere
un figlio, frutto di un incontro con don Eduardo, il farmacista
del paese, padre di quattro rampolli. Sicché, nella sacrestia convergono
peccati e amore, stoltezza e ignoranza, universo di umanità che
il povero parroco è chiamato a risolvere. Giunge improvvisa la tragedia, con l'annuncio della morte
di Antonio nella miniera belga, invasa dal gas. Il racconto di Rosa
si fa accorato: per la prima volta ha visto il suo uomo bianco,
pulito, vestito bene nella bara che lo accoglie, un monologo straziato
e strezziato di umorismo naturale, quasi un respiro che sgorga per
lenirsi da solo di tutto il dolore.
Ma è nel presente che va affrontata la situazione. Don Ciro convoca
il farmacista, un uomo lussurioso e pusillanime, facilitato, anch'egli,
dal saper leggere e scrivere al quale ricorrono le donne per le
missive che ricevono e spediscono, e quindi, per lui, altre più
piacevoli occasioni. Lo pone di fronte alle sue nefandezze, e gli
intima di sopperire al mantenimento del nascituro per nascondere
lo scandalo che avrebbe in paese conseguenze devastanti. E, siccome
il tempo del parto è prossimo a quello della sorella, il prete escogita
di celare la gravidanza di Filomena con una fasciatura stretta stretta,
e di far coincidere le nascite. Così Rosa simulerà di avere avuto
due gemelli, e Filomena di accudirne uno come aiuto, ma in effetti
crescerà il proprio bambino, foraggiata in segreto dal farmacista.
Tacciamo il seguito per carità di cronaca, assicurando che sino
al termine la farsa non ha cedimenti. E' doveroso avvertire l'intreccio
saporoso e soprattutto la vivacità del dialogo e il dinamismo dell'interpretazione,
che rischia a tratti il macchiettismo, ma connota la minimale moralità
dell'ambiente, come del travagliato periodo storico in cui sono
posti i personaggi, quando gli emigranti eravamo noi.
La (discutibile?) condotta del sacerdote è giustificata dalla povertà
e dalla debolezza dei suoi parrocchiani, cui egli viene incontro
e cerca ripari per non cadere in guai peggiori. E' questo che fa
di lui quasi una vittima, sia del sagrestano Vincenzo che imperversa,
come delle donne che lo assillano. La raffigurazione teatrale accentua
i colori della provincia meridionale, talora supera il rigo, ma
scatena adesione e risate a non finire. Porre un prete a protagonista
di una vicenda affatto religiosa, eppure cristiana, è un azzardo
dimostratosi vincente. L'autore ci sa fare e lo ha dimostrato in
altri testi, tracciati sempre su rilevanti periodi storici; come
La vecchia Singer, ambientata nel 1940; Il cappello di
carta, nel 1943; L'ebreo, nel 1956, anno nel quale si
svolge il nostro spettacolo. La comicità gli è congeniale, la sapienza
costruttiva, l'arte del dialogo, la facilità delle battute collocano
Clementi tra gli autori più interessanti e rappresentati. Grisù,
Giuseppe e Maria, rappresentata al San Babila di Milano, ha
raggiunto la 243^ recita!
La regia è dovuta a Nicola Pistoia, che interpreta Vincenzo. Egli
ha guidato i compagni lasciandoli liberi di tratteggiare i personaggi
con tutto l'estro possibile, e oltre; ha preteso dal suo sagrestano
il massimo della maschera, e l'iterazione dei difetti è uno smaccato
motivo di piramidale comicità, resa con incantevole flemma. Napoletana
la Rosa di Franca Abategiovanni, donna di tradizione popolare e
buona creatura che accetta tutto dalla vita, magari sopraelevata
nei toni, ma positiva nel profondo. Eccessiva la giovane Sandra
Caruso in Filomena, il suo fare esuberante la svela una femmina
accesa, tenuta compressa e pertanto disponibile a ogni circostanza,
perfino le più improbabili. Il farmacista Eduardo lo rende bravamente
Diego Gueci, un "pistola" dicono a Milano, con in corpo la malizia
che si accompagna a una bieca ignoranza. Infine, il don Ciro di
Paolo Triestino, bella figura di uomo, e di prete che sa destreggiarsi
e uscire fuori da ogni bega, nonostante i suoi parrocchiani, con
la grinta della licenza concessa a fin di bene.
Successo abbondante e gratificazione da parte del folto pubblico
del San Babila.