UN FLAUTO MAGICO
di Wolfang Amadeus Mozart
Regia di Peter Brook
Bisogna
fare caso al titolo: non Il flauto magico, bensì Un flauto
magico. La differenza è molto importante, perché non si tratta
dell'opera di Mozart, ma anche della stessa opera rivisitata da
un genio della regia, quel Peter Brook ormai di casa al Piccolo
Teatro Strehler di Milano, dove lo spettacolo è riapparso, come
si dice a furor di popolo, esattamente un anno dopo la prima tornata
di rappresentazioni, datata febbraio 2011.
Si dimentichi l'opera famosa e si ammiri il "condensato" messo in
scena dal regista inglese. La musica di Mozart è resa da un singolo
pianoforte, posato in un angolo del palcoscenico, suonato dal giovane
esecutore Rémi Atasay, molto bravo, che ha la funzione di renderla
presente in tutta la sua vivezza e colore, e di accompagnare i cantanti
e i dialoghi dei personaggi. Cantanti che si esprimono in tedesco,
e quando passano al parlato lo fanno in francese, sicché il pubblico
legge la traduzione delle lingue sul display posto sopra il palcoscenico.
La scenografia è totalmente in stile Brook: quasi niente sul palcoscenico,
nel senso di apparati giganteschi, scene girevoli, proiezioni o
altro; solo un certo numero di canne di bambù appoggiate all'assito,
che mosse formano di volta in volta gli ambienti, o meglio li suggeriscono
e li determinano. Vengono alla memoria il suo Don Giovanni,
dato allo stesso Strehler nel 1998, allestito con alcune panche
e un paio di pali. Oppure, il suo Tragédie d'Hamlet, rappresentato
al Teatro Studio nel 2002, dove, per esempio, un cespuglio simulava
una foresta e tante altre cose.
La trama, rispettata, manca di molti passaggi e si svolge in
modo lineare, ma con la franchezza di dichiarare con ironia,
leggerezza, drammaticità e complicità del pubblico il divertente
"tradimento". Per citare, mancano i tre fanciulli che navigano nel
cielo, e le dame di Astrifiammente, si comprende perciò quale intento
abbia ispirato il regista nel creare il suo Flauto magico personale.
Egli si giustifica con il dire che ciascuno è libero di fare a meno
dei vincoli tradizionali, come un retaggio che soffoca l'opera,
e far sì che i cantanti procedano in modo naturale, vivo e sentito,
nello svolgimento della trama, senza pesanti imposizioni. Dunque,
lavorare partendo dalla musica e trasmetterla senza subire i condizionamenti
di una grande opera, anzi accostare il lavoro con spirito ludico,
e rispettando l'essenziale farla apparire, non nasconderla o attualizzarla.
Ed ecco lo spettacolo in tutta la propria levità di favola, raccontata
come si fa con i bambini, i quali si lasciano incantare dalla improbabile,
eppure affascinante narrazione.
Un accenno di trama. Un attore nero (forse lo stesso che
ebbe a interpretare Hamlet) viene al proscenio, dopo aver superato
i bambù, a presentare, sorridendo, un flauto: è la cifra dello spettacolo.
In cui viene narrato l'amore tra Pamina e Tamino, con l'iniziazione
esoterica di costui per avere accesso al tempio di Iside. C'è il
grande contrasto tra la Regina della Notte, madre di Pamina, e Sarastro,
gran sacerdote che la Regina vuole morto e incarica la figlia di
ucciderlo con un coltello a lei consegnato. In parallelo, la storia
di Papageno, cacciatore di uccelli, che sente la voglia di essere
amato e amare una fanciulla, che alla fine troverà in Papagena.
Da un lato il dramma, dall'altro la bellissima ironia e l'umorismo,
con la musica di Mozart che rende pienamente entrambi i registri
della storia, ed è il primo personaggio della vicenda. Patti da
rispettare con il silenzio; fuochi da vincere e acque da attraversare;
dolore e sacrifici per accedere alla schiera degli eletti, odio
vinto con la magia del flauto e amore che finalmente trionfa. Iside
accoglie tutti, pacificati dalla dottrina massonica, la stessa che
il musicista seguiva, e che Emanuel Schikaneder, autore del libretto,
nonché impresario e sodale di Mozart ben sapeva pubblicizzare.
Nella semplicità voluta da Brook, lo spettacolo corre via spedito
con l'immediatezza dei movimenti, facili all'apparenza e subito
capiti; con la maestria dei canti, interpretati dai giovani attori/cantanti
che si alternano nelle recite. Non è possibile nominarli, colpiscono
le voci della Regina, e di Sarastro; belle anche quella di Pamina
e Papagena; comicissima la simpatia che suscita Papageno, il quale
conquista la platea colma di giovani entusiasti. Bravi tutti, i
due attori neri compresi chiamati a sopperire quello che nell'opera
sarebbe imponente; la favola gradevole e magistrale dona la gioia
del teatro, realizzato in modo perfetto. Capolavoro su capolavoro:
Peter Brook porge la mano a Mozart e fanno felice chi ha la ventura
di accostarli.