SPETTRI
Di Henrik Ibsen
Traduzione di Franco Perrelli
Drammaturgia di Letizia Russo
Regia di Cristina Pezzoli
Nel
1896 il grande drammaturgo norvegese Henrik Ibsen (1828-1906) scrisse
per un fanciullo di dodici anni: "La tua vita sia come il poema
della conciliazione tra felicità e dovere". Ormai anziano, l'autore
augurava al piccolo ciò che per lui era stato impossibile.
La duplicità dell'augurio: il bisogno di vivere gioiosamente, innocentemente,
e l'impossibilità di questa aspirazione/realizzazione alla felicità,
viene posta in Spettri, attraverso il rapporto tra i drammatici
personaggi da lui creati nel 1881.
Il possente lavoro di Ibsen è andato in scena al Teatro San Babila
di Milano, in una edizione che si può definire innovativa, ad opera
del Teatro Stabile di Bolzano, per la regia di Cristina Pezzoli.
Merito dell'allestimento sono l'apporto del traduttore e della drammaturgia,
rispettivamente di Franco Perrelli e Letizia Russo, che mediante
la scenografia di Giacomo Andrico hanno realizzato lo spettacolo
che si pone tra i più interessanti della stagione teatrale. Non
vanno dimenticati gli interpreti che danno vita e spessore alla
complessa vicenda, di cui diremo. Rimane l'impressione di un racconto
ancorato in un'epoca e in ambiente particolarissimi, trattato con
la verità e il giudizio di teatranti moderni, i quali hanno scavato
a fondo nelle pieghe, e nelle piaghe, volute dal rivoluzionario
autore nordico.
Quando il dramma apparve gli fu decretato l'ostracismo dalle
scene norvegesi per l'audacia dei temi e la spietata denuncia dell'ipocrita
e convenzionale morale borghese dell'onore e della rispettabilità,
che attingeva all'etica luterana. Ibsen, è stato detto dallo
studioso Luca Azzetta, si proponeva come il più esatto poeta della
contraddizione esistenziale. Egli coglie, cioè, il ritmo delle ansie
del nuovo secolo e si rende interprete dei conflitti morali e sociali,
tipici della coscienza contemporanea; la realtà, continua Azzetta,
si trasforma sotto il suo sguardo acuto e viene a costituirsi come
pretesto per una considerazione finale sull'uomo e sulla sua tragicità
interiore. Per Ibsen la lotta si svolge innanzi tutto all'interno
delle coscienze malate; e anche il modo di lottare è diverso, questi
suoi personaggi non combattono: discutono, giudicano, parlano senza
trovare vie d'uscita fra la luce dell'assoluto e la notte del peccato
e del male. La conclusione è che anche l'azione scenica sembra ridursi
a un pretesto per meglio indagare il cuore dell'uomo, e la prova
sono i lunghi dialoghi nei quali è portata avanti la dolorosa vicenda.
L'autore si ispirò alla tragedia greca, ove gli eventi, che
non accadono scenicamente, vengono narrati dai protagonisti, e dove
il fato ha la propria incidenza sulla vita della famiglia, della
società, e dei loro componenti, ma insieme, Ibsen, inserì le teorie
modernissime della psicanalisi e del naturalismo.
Nello spettacolo di cui si tratta, gli allestitori sembrano affidarsi
ai (dis)valori umani del dramma e proporli con le risorse tecnologiche
e le metodiche del teatro di oggi. Via quindi l'ambientazione storica
e qualunque mediazione salottiera borghese d'epoca, per rizzare
grandi schermi sui quali proiettare immagini che "spiegano" quanto
accade all'interno dell'anima, e anche all'esterno, in un fuori
e dentro che coinvolge gli attori e li induce a sconvolgenti movimenti,
significative posture e libertà di linguaggio. Un mix, dunque, di
tradizione ma soprattutto di innovazioni che portano il racconto
a farsi riflettere dagli spettatori di oggi e a prendere posizione.
Siamo nella casa di Helene Alving, nella campagna norvegese
afflitta da un clima impietoso e ingrigito dalla pioggia continua.
Suo figlio, il ventisettenne Osvald, è tornato da Parigi, dove
ha dimorato due anni in cerca di fortuna artistica come pittore,
per l'inaugurazione di un asilo dedicato alla figura del padre,
il capitano Alving, morto dieci anni prima. Osvald è preda di una
malattia, che può essere letta come il flagello che colpisce senza
speranza il nostro tempo: l'aids, la medesima che ha portato alla
tomba suo papà, e che è attribuibile alla sifilide. Al di là del
male - che come uno spettro appare costantemente dinanzi agli occhi
di Helene - sta la situazione di lei, la cui vita con il marito
fu un autentico calvario. Volgarità, bassezze inenarrabili e tradimenti,
altro non le offrì il capitano Alving, oltre quel figlio che ella
provvide ad allontanare per salvaguardarlo dalla temperie familiare.
Nonostante tutto, Helene ha sempre cercato di nobilitare la figura
del marito, al quale viene titolato l'asilo.
La morale e la cosiddetta facciata borghese hanno imposto e tuttora
impongono una pietosa menzogna. Ma la vedova sa che la cameriera
Regine, solerte presenza casalinga, è frutto di una relazione del
marito con una serva di casa, anche se la ragazza figura come figlia
del falegname Engstrand, un laido personaggio allora complice di
Alving.
Frequentatore assiduo e amico di lunga data è il pastore Manders,
uomo dalla scarsa intelligenza, legato alle forme e alla retorica
moralistica più vieta, che collabora a dedicare l'asilo alla memoria
di Alving, e si oppone a Engstrand che vorrebbe invece aprire una
sorta di bordello per marinai, molto più remunerativo. Manders rimprovera
a Helene le sue normali letture, e di non avere custodito a suo
tempo il figlio, e a Osvald, annoiato e sofferente del clima norvegese,
il libertinaggio dei suoi trascorsi parigini. In verità, la vedova
era invaghita del pastore, ma la rispettabilità e il timore degli
spettri del passato l'hanno sempre indotta alla finzione, e a donare
tutte le sue sostanze all'asilo perché il figlio non ereditasse
nulla di suo padre.
Mentre questo avviene in un dialogo rivelatore, scoppia un incendio
che distrugge completamente l'edificio dell'asilo, e il dolo sembra
palese. Engstrand insinua che la colpa sia del pastore, per il maneggio
di certe candele, ma per scagionarlo gli promette di assumersi la
responsabilità se, però, il religioso lo appoggerà nell'erigere
il bordello per marinai: il pastore accetta, rinunciando a tutte
le regole morali di cui era rigoroso paladino.
Osvald, intanto, mostra i segni del male e sua madre se ne accorge.
Non solo, il giovane le dice di una visita medica fatta a Parigi
che gli ha svelato la tremenda verità; contemporaneamente è attratto
da Regine che gli corrisponde subito, e gli si concede. Helene rivede,
come un altro spettro, tornare la tragica situazione familiare:
Osvald ha ereditato dal padre il male inesorabile e le medesime
stigmate immorali.
L'inferno ha il sembiante di questo microcosmo di umanità ferita,
di peccati fatalmente commessi e mai espiati, ed Helene ne è la
vittima prima, colpita e quasi predestinata a un dolore esclusivo
e totalmente suo. La verità taciuta ora rimbalza spietatamente.
Osvald afferma di voler sposare Regine, senza sapere che costei
è sua sorella; questo costringe Helene a svelargli i precedenti
e a dichiarare le miserie paterne, ma se ciò potrà recargli sollievo,
sposi pure Regine. La rivelazione provoca in lui una reazione che
sfocia in un violento attacco del suo male: egli chiede alla madre
il rimedio che lo sopprima e lo liberi dalla maledizione ereditata.
"Dammi il sole…", invoca il giovane, quel sole che non c'è mai stato
nel grande freddo del Nord, e nella sua famiglia, motivo della infelicità,
della mancanza di gioia e di speranza che ora lo annichilisce sul
corpo di sua madre, che lo accoglie, quasi come un tempo, nel proprio
grembo.
Testo, e spettacolo, di forte impatto sociale e morale:
incesto, eutanasia, religiosità opportunistica, fuga dal dovere
e mostruosi spettri che occupano la psiche dei personaggi, sono
gli ingredienti che sconvolgono e penetrano nell'animo con convinta
e persuasiva efficacia. La denuncia di Ibsen ha tuttora presa sull'attuale
società, che indulge, forse, ad altri "spettri" con disinvoltura
e noncuranza morale. Considerazioni che conducono a riflessioni
profonde e diverse, con implicazioni che accreditano il capolavoro
ibseniano e lo giustificano ogni qual volta viene allestito.
Molto ben servito dagli attori che ne hanno assunto gli ingrati
caratteri. Porremmo in prima fila l'Osvald di Fausto Paravidino,
attore di capacità inusitata e assolutamente inedita: non si può
non restare affascinati dalla sua calata nell'infelice, malato e
sconvolgente personaggio: sono anni che un attore giovane non appare
sulla scena bravo come lui. Gli tiene testa Patrizia Milani, con
una Helene vera, sofferta e piena di pathos. Carlo Simoni è il pastore
inetto, parole e invettive, egoismo mascherato dalle regole appiccicate
e soltanto ripetute. Engstrand lo recita biecamente Alvise Battain,
un comprimario magnifico di realismo volgare e interessato, claudicante
compare di malefici, quasi un diavolo che non indietreggia davanti
a nulla. Infine, la giovane Valentina Brusaferro in Regine, l'unica
figura dai tratti positivi che si fa amare per la dirittura e la
ingenuità del personaggio che interpreta. Spettacolo da vedere per
coloro che nel teatro cercano l'arte più bella e appassionante,
e in Spettri la trovano.
PS. Così descrive nella sua "Storia del Teatro Drammatico", Silvio
D'Amico, il grande autore norvegese nei suoi ultimi anni di vita:
"Discusso, combattuto, acclamato, collocato tra i geni rappresentativi
del secolo e tra gli annunciatori dell'età prossima, il poeta poco
più che settantenne, nel 1900, piega sotto un colpo apoplettico.
Offeso nel cervello, resta a dare di sé, per cinque anni, lo spettacolo
cui aveva condannato il suo Osvald: cinque anni in attesa dell'Ora,
pressoché immobile nella sua stanza. Morì a 78 anni, il 23 maggio
1906".