LA
LUNGA VITA DI MARIANNA UCRIA
di Dacia Maraini
Regia di Lamberto Puggelli Un grande spettacolo, di derivazione letteraria, presenta una
storia del XVIII Secolo siciliano, scritta da un'autrice i cui meriti
sono molteplici. Dacia Maraini è la prolifica scrittrice che ha
al proprio attivo romanzi, poesie, teatro, sceneggiature cinematografiche,
presenze televisive, impegno sociale e ha vinto diversi premi letterari,
tra i quali "Il Campiello" del 1990 proprio con il romanzo dal quale
è tratto lo spettacolo, presentato con ottimo esito allo Strehler
di Milano, per la regia di Lamberto Puggelli. Sempre con la sua
regia La lunga vita di Marianna Ucrìa venne allestita a Palermo nel
1991, e ora riappare con un cast aggiornato. Lo stesso testo è stato
anche trasposto in film dal regista Roberto Faenza. Dunque, un fortunato
percorso di vita artistica che rinverdisce nel 60° del Piccolo Teatro.
Puggelli ha escogitato che il personaggio di Marianna, la nobile palermitana
resa mutola, cioè muta e sorda per lo choc dello stupro subito da
piccola a opera dello zio Pietro, fratello della madre, che ella poi
sposerà all'età di tredici anni, Marianna dicevo, è rappresentata
da tre figure anagrafiche: da bambina, da giovane e da adulta. Il
mutismo è scenicamente "superato" da Marianna adulta che narra quanto
accade a lei bambina, che vediamo con il padre, il duca Signoretto,
"bello, sicuro e sorridente" che le insegnato a guardare il mondo
ridendo; e con la madre, Maria, troppo innamorata del marito e incline
a una sorta di dipendenza dal laudano. C'è anche nonna Giuseppa, che
seppure semianalfabeta riesce a insegnare alla piccola a leggere e
scrivere, consentendole così di comunicare con il prossimo e di farle
apprezzare la cultura. Marianna ha cancellato psichicamente la violenza
della quale è stata vittima, tanto che le hanno fatto credere di essere
nata mutola. Il padre, che le è molto affezionato, la conduce però
a vedere scene crudeli, come un'impiccagione, nel tentativo, ahimè
fallito, di scuoterla e farle recuperare la parola. Poi, v'è la costrizione
del matrimonio con lo zio Pietro, che le è "ostico ed estraneo", e
le farà fare cinque figli. Si assiste al trascorrere degli avvenimenti,
alle tragiche morti del suo primo figlioletto, del padre e della madre.
Sino all'età adulta, quando interagisce, sempre scenicamente, con
se stessa giovane e il viaggio nella memoria continua. Adesso Marianna
si ritrova, vedova, con quattro figli grandi e con i loro problemi
da affrontare, ma con una consapevolezza culturale molto accesa. Ella
ha pure i sensi accesi, tanto che soggiace all'amore di un gagliardo
servitore di casa, Saro, e trova pure un'intesa intellettuale con
un pretore che la capisce e l'apprezza. Finalmente, il fratello Carlo,
abate, le svelerà l'origine del suo mutismo: quello stupro fattole
dal parente che diventerà suo marito. Questo è commentato da lei,
giovane, che la guarda e la sollecita a troncare quella vita, e il
rapporto con Saro. Marianna lascia allora Palermo e la villa nobiliare,
presa da un desiderio "di riprendere il cammino che è più forte dell'attesa",
nonostante la proposta di matrimonio dell'amico pretore. Il lavoro
si conclude con le tre Marianna unite davanti alla grande famiglia
dei morti e dei vivi che la guardano stupiti da tanta vitalità.
Per completare le soluzioni registiche, che aiutano splendidamente
la realizzazione scenica, v'è da rilevare il grande specchio che fa
da fondale, che riflette quanto avviene sul davanti, e mostra, quasi
a flash, ciò che succede dietro, consentendo al carosello degli accadimenti
un'immediata presenza. Questa presa diretta conferisce allo spettacolo
un ritmo veloce, passaggi che recuperano lo splendore dei dialoghi:
mutuati direttamente dal romanzo stesso, e assunti dagli attori con
estrema esattezza. Il significato della "lunga vita" di Marianna sta
nella grande forza di una donna, ferita profondamente al suo sorgere
nella propria innocenza e femminilità, capace di affrontare le traversie,
le disgrazie, l'infelicità con il coraggio che le viene dal suo spirito,
e dal fatto stesso di essere donna. E' come un affrancamento proclamato,
vuoi con la volontà di emergere dall'handicap inflittole dalla protervia
maschile, e altrettanto dal suo desiderio di non abbattersi, col leggere,
scrivere, sino a elevarsi alle speculazioni filosofiche; opporsi alle
vicissitudini e consentire anche agli impulsi vitali della sensualità,
per, infine, fuggire per continuare a interrogarsi con domande che,
dice, sono poste ai "suoi silenzi". Una testimonianza che rappresenta
la lotta contro l'incomunicabilità e la rassegnazione. Pensandoci,
lo spettacolo è anche un invito ad ascoltare il silenzio, in questa
società del rumore e della fretta. Ma può essere letto soprattutto
come considerazione dei valori perenni incarnati dalla donna. Che
sono sempre attuali. Gli attori sono almeno 25, e tutti appaiono bene intonati nella
cornice voluta dalla Maraini e dal regista. Isolerei la protagonista
Mariella Lo Giudice, in Marianna adulta; Elena Sbardella,
la bella Marianna giovane che interloquisce con se stessa, e dà le
riflessioni più assennate, il coro dei bambini con Marianna piccola,
interpretata da Giorgia Torrisi. Gli uomini non ci fanno una
bella figura, sono egoisti, deboli, laidi, come lo zio Pietro interpretato
da Pietro Montandon anche fisicamente reso negativo. Si salva
Luciano Virgilio nella parte di Signoretto, ma il Saro di Silvio
Laviano non è proprio esemplare. Citerei la Innocenza di Margherita
Migneni, ottima caratterista siciliana, però ciascuno è trattato
al cesello, come bulinato per far emergere soprattutto i difetti,
nel clima di una sicilianità che ricorda altri testi storici famosi.
L'umanità di quella società bacata traspare e suscita un moto di pietà,
oltre che di rivolta. Bella la colonna musicale, dovuta a Giovanna
Busatta, che accompagna le emozioni della vicenda. Come indovinato
è l'apparato scenografico. Ma è lo spettacolo nel suo complesso a
convincere, però dopo essere stato ripensato. Successo allo Strehler
e pubblico conquistato.