I
BARLAFUSS Incontriamo il simpatico gruppo dialettale, guidato da quel "maestro"
che risponde al nome di Marzio Omati
La sua passione per il teatro
nasce da lontano. Ha contratto quel… virus (per il quale pare non esistano
moderni antivirus) da giovanotto, calcando per la prima volta le tavole di un
palcoscenico. La sua storia non differisce da quelli di tanti filodrammatici
che nei teatri parrocchiali hanno avuto modo di iniziare un percorso artistico
lungo di parecchi anni, e che per lui dura ancora, felicemente, a beneficio dei
tantissimi spettatori che seguono con grande simpatia i suoi spettacoli. Stiamo
parlando di Marzio Omati e dei suoi "Barlafuss", gruppo dialettale nato una ventina
di anni fa quale costola della "Compagnia San Carlo alla Cà Granda," di Milano-Niguarda,
costituitasi nel 1976 con sede nell'omonima Parrocchia (i due gruppi gemelli sono:
la compagnia "La Tarumba" diretta da Tony Sirto e la compagnia "Carlo Verga" diretta
da Ivano Vaglia, che però si dedicano in prevalenza a spettacoli in lingua). Marzio
Omati è, oltre che attore, regista e traduttore di testi in quel bel dialetto
milanese che è diventato il marchio di fabbrica dei "Barlafuss", molto noti in
ambito amatoriale, avendo quasi toccato negli anni le 400 rappresentazioni. Ne
hanno quindi fatta di strada da quel lontano debutto nientemeno che al glorioso
Teatro Gerolamo, con "Piccola città". Dopo quell'esordio hanno fatto seguito altri
lavori di autori importanti, prima del definitivo passaggio al dialetto. Perché
"I Barlafuss"? E perché il dialetto? Il nome vorrebbe definirli, ironicamente,
come teatranti di poco valore, appunto delle "carabattole"; in realtà, sono qualcosa
di più che dilettanti: è un gruppo di persone che, con tanta passione, impegno
e con indubbi risultati, vogliono rappresentare spezzoni di vita autentica e popolare,
cercando di far spuntare un sorriso anche sulla bocca di chi ha pochi motivi per
sorridere nel grigiore e nelle difficoltà del vivere quotidiano. La scelta
del dialetto è quasi una conseguenza di questo modo di intendere il teatro, perché
appunto nel dialetto si ritrovano tutti quei sentimenti che traspirano dall'anima
popolare: la semplicità, la spontaneità, la saggezza ma anche i vizi della gente
comune, in poche parole la somma di quei valori o disvalori che comunque il pubblico
in platea recepisce come propri. Dialetto come linguaggio concreto, di un mondo
concreto, di gente che ha i piedi piantati per terra, com'è nella tradizione lombarda,
e non solo ricordo nostalgico del passato. La difficoltà nasce invece dalla
scarsità di testi veramente validi che siano naturalmente comici, ma che abbiano
al contempo dei contenuti di sostanza, senza il consueto armamentario di banalità
e volgarità che frequentemente abbonda in questo tipo di repertorio. Di qui
il ricorso alla traduzione di commedie in lingua, di autori famosi; così sono
nati alcuni successi della compagnia, come Quel campett del Signor tratto
da Peppino De Filippo (spettacolo andato in scena per ben 90 repliche), La
banda de l'Ortiga da Samy Fayad, Fortunna e danèe hinn sempre dispiasèe
da Eduardo De Filippo e Armando Curcio, spettacoli andati in scena per 40/50 volte
e l'ultimo Mi te paghi no!, sempre da Eduardo, che ha debuttato nel novembre
2004. Mentre La gesetta del Pasquiroeu, altro cavallo di battaglia della
compagnia (presentato alla Festa delle Filodrammatiche 2001 al San Babila, e invitato
al Festival del Teatro Dialettale 2002 al Teatro Franco Parenti, dove Omati è
stato premiato come miglior protagonista e Gemma Arti come miglior caratterista)
deriva da un adattamento del testo di Severino Pagani. Tutto questo lavoro
fa sì che questi spettacoli vengano poi mantenuti in repertorio, mediamente, per
tre/ quattro anni e per moltissime repliche. Ciò evidentemente è dovuto anche
alle tante richieste che provengono un po' da tutto l'hinterland milanese, per
far fronte alle quali il gruppo è occupato, nel corso di ogni stagione, per 25/30
settimane, alternando tre/quattro spettacoli diversi. Nel corso del 2004 queste
commedie sono andate in scena per oltre venti serate, oltre alle dieci di Amilcare
Ricotti cap comich de Melegnan allestite dalla formazione, integrata con quella
di Tony Sirto, che ne ha curato la regia. E nel 2005 il gruppo è impegnato sino
a fine maggio. "Non esistono segreti, dice il nostro Marzio, per tutto questo
favore, ma solo l'esperienza, l'intesa e la forza del gruppo. Siamo insieme da
tanti anni e ci conosciamo tanto bene che basta uno sguardo per intenderci su
tutto. Se ci sono da decidere gli spettacoli, le date, quando bisogna assegnare
le parti, lunghe o corte, facili o difficili, non ci sono discussioni. Collaboriamo
tutti insieme alle varie fasi di preparazione di uno spettacolo, comprese le scenografie
che realizziamo nel nostro laboratorio. E i soldi che raccogliamo sono tutti devoluti
in beneficenza. I meccanismi sul palco, che ormai funzionano quasi in autonomia,
derivano da un affiatamento perfetto che ci permette di superare anche eventuali
inceppamenti o imprevisti, come quella volta che nel corso del Campett del Signor
ci ritrovammo, per errore, a recitare nel primo atto una parte del terzo atto,
importante in quanto preannunciava in qualche modo gli imprevisti del finale. In
quell'occasione fu proprio l'esperienza e la coesione del gruppo che ci permise,
nell'intervallo, di trovare una via d'uscita per rimediare alla scabrosa situazione
e salvare lo spettacolo. Un'altra cosa: per noi i testi non finiscono mai
perché, nel corso delle varie repliche, troviamo sempre qualcosa da correggere
o da modificare, anche in base alle sensazioni che ci derivano dalla risposta
del pubblico nei vari momenti dello spettacolo. Saper ascoltare e capire il
pubblico può essere importante per arrivare, non dico alla perfezione, ma al meglio
possibile. Però non bisogna mai credere di essere arrivati in cima, perché
come dice ne La fortunna e danèe... il buon Gioan Taglieferri: "A num nessun
ghe regala negotta; quand gh'hemm on po' de fortunna... patatrac! Ghe capita ona
quaj rogna sul coo". E questo nel teatro, come nella vita".