GRUPPO
TEATRO GIUSSANO Il regista Gigi Colombo racconta le fasi di preparazione de
"La guera", di Albini e Bellini, andato in scena al San Babila
Ritengo
opportuno fare una premessa circa le motivazioni che hanno portato alla scelta
del testo. La compagnia Gruppo Teatro Giussano, agli inizi della sua avventura,
ha percorso la strada che tante compagnie amatoriali hanno percorso, vale a dire
la proposta di un teatro dialettale leggero, di puro divertimento, appetibile
e di sicura presa per un pubblico di provincia (e non solo). Anche se presentando
questi lavori non ci siamo fermati alla superficie delle vicende, ma ci siamo
sforzati di andare almeno un poco in profondità sia nello studio del carattere
che nel gusto della rappresentazione scenica, alla fine avvertivamo sempre un
certo sapore di insoddisfazione. Nonostante il buon esito degli spettacoli,
non ci entusiasmava rappresentare lavori abbastanza poveri di contenuti, costruiti
su piccole storie al solo scopo di catturare la risata facile. Di qui la voglia
di sfidare noi stessi nella ricerca di testi fuori dal giro amatoriale, ma che
avessero in sé valori, passioni, sentimenti. Abbiamo quindi cercato di riscoprire
e far conoscere autori e lavori che erano caduti nell'oblio delle compagnie, amatoriali
e non, perché di scarso o nullo contenuto comico, correndo il rischio di affrontare
testi tra i più importanti della tradizione dialettale, quali: Quel todescon
d'on arcivescov, Scapusc, Giacom l'idealista, Quei de la
class de ferr. Rispetto ai lavori precedenti la scelta de "La guera"
è stata indubbiamente la più ardita, per la particolarità del tema, per le difficoltà
interpretative e di messa in scena che sono emerse già alla prima lettura, suscitando
in alcuni di noi sconforto e perplessità di fronte all'impresa giudicata superiore
alle possibilità del Gruppo. Il testo di Albini e Bettini (elaborazione dialettale
della loro stessa commedia "I vincitori" scritta verso la fine dell'800) presenta,
sullo sfondo della seconda guerra di indipendenza, le drammatiche vicende di una
famiglia e di un paese contadino, nell'imminenza della battaglia di Magenta. La
guerra è fuori, ma il suo effetto distruttivo si propaga, come un contagio devastante,
a seminare rancori, odi e violenza all'interno di quel piccolo universo. Per
approfondire la conoscenza dei fatti e del contesto storico abbiamo avviato la
ricerca attraverso contatti con la Pro Loco di Magenta, in particolare per la
documentazione dei costumi degli eserciti austriaco e italo/francese. Allo scopo
è risultato utile partecipare alla commemorazione della battaglia di Magenta -
giugno 1859 - che qui si celebra ogni anno con una sfilata in costume. Ci
siamo anche messi in contatto con la direzione del Piccolo Teatro per prendere
visione delle foto d'archivio dello stesso spettacolo andato in scena nel 1956,
data dell'ultima rappresentazione della commedia. Per la scenografia ci siamo
affidati, come sempre e per nostra fortuna, a Roberto Lucidi, responsabile del
laboratorio di scenografia del Teatro alla Scala, che ci ha sottoposto le elaborazioni
computerizzate delle due scene della commedia: la cascina della campagna lombarda
e, per il terzo atto, l'interno del municipio trasformato in ospedale. La visione
di quelle immagini, pur virtuali ma già così vive ai nostri occhi, ci ha entusiasmato
e contribuito a infonderci maggior sicurezza. Abbiamo optato per una scenografia
essenziale, riducendo al minimo indispensabile l'arredo e l'oggettistica, per
lasciare spazio e creatività all'azione scenica: ad esempio, nell'ambiente della
grande cascina lombarda, il punto di maggior attenzione si è concentrato sul camino
della cucina, posto di taglio, su un lato, attorno al quale far avvenire la maggior
parte dei dialoghi e delle azioni, quasi che i suoi bagliori simboleggiassero
l'esplosione del dramma. Per il resto una piccola panchina vicino al camino e
dall'altro lato un tavolo con due sedie e, come fondale, un porticato. Il tutto
in un concetto di semplicità e di praticità, anche in funzione delle problematiche
di montaggio e trasporto del materiale. Per quanto riguarda la musica di introduzione
degli atti abbiamo fatto ricorso a motivi popolari, appena accennati da una chitarra
e un flauto suonati direttamente in scena. Anche i rumori: rombo di cannoni,
scariche di fucilerie, echi della battaglia che fanno da sfondo a quasi tutto
il secondo atto, sono stati ricercati con cura, mentre le campane dell'Ave Maria,
all'ora del vespero, alla fine del primo atto, sono state registrate in diretta
a Bosisio Parini. Uno dei problemi più difficili è stato il tentativo di ridurre
la lunghezza della commedia. Quattro atti non sono ormai più digeribili dalla
gente che frequenta i teatri, soprattutto amatoriali, e già il fatto di riportare
sulle locandine "commedia in quattro atti" ci spaventava. Ma sveltisci di qui,
riduci di là, ci è sembrato di far rientrare il tutto in un tempo ragionevole,
mantenendo comunque una buona aderenza al testo. La scelta degli interpreti
non ha comportato grossi problemi perché il gruppo è ormai più che consolidato,
per cui conosciamo le possibilità dei nostri attori. Al di fuori del gruppo, per
questa occasione, abbiamo potuto utilizzare un giovane di lingua tedesca, temporaneamente
occupato a Giussano, per la parte dell'ufficiale austriaco, che, dopo la sua partenza,
ho interpretato io stesso. Inoltre la giovane interprete di Ortensia ha dovuto
essere rimpiazzata, proprio in vista della recita al San Babila, da una giovane
esordiente, che si è comportata bene. La preparazione è durata circa un anno,
con la sempiterna difficoltà di provare senza la disponibilità di un teatro; abbiamo
lavorato talvolta in uno spazio dell'oratorio, altre volte in casa di uno o dell'altro
per scene a due o a tre. Come ho detto l'approccio al testo non è stato facile,
perché non tutti erano convinti e quindi la fase iniziale è andata avanti a rilento,
tra ripensamenti e discussioni, mentre in seguito tutto è filato via più speditamente.
Tralascio il discorso relativo agli aspetti tecnici e alle problematiche dell'interpretazione
che un lavoro di questa portata può aver richiesto in termini di impegno e di
fatica e che gli amici registi e attori possono ben immaginare. Per quanto
riguarda la lingua, non abbiamo certo preteso di rispettare il milanese della
versione testuale, non potevamo farlo se non rendendoci ridicoli; siamo brianzoli,
sappiamo parlare il nostro dialetto, e questo abbiamo fatto, senza peraltro sminuire,
crediamo, la comprensione dei dialoghi. Si è anche molto discusso circa la
conclusione dello spettacolo, con la discesa del tricolore sulle note dell'inno
nazionale, da alcuni di noi giudicato troppo sentimentale, se non pacchiano; tuttavia
abbiamo deciso per questa scelta come atto di rispetto verso il Risorgimento e
per sottolineare quei valori nazionali che spesso vengono dimenticati o sminuiti.
Una scelta che il pubblico ha apprezzato. Lo spettacolo ha debuttato nell'ottobre
2003 a Giussano, in occasione della festa patronale, e ha poi proseguito il cammino
con una quindicina di repliche in diverse piazze, fino ad approdare alla serata
del 11 giugno 2005 al San Babila, dedicata alla Festa delle Filodrammatiche del
GATaL. Ovunque abbiamo riportato lusinghieri commenti che sono, in gran parte,
merito di un grande testo che è richiamo alla memoria e al tempo stesso motivo
di riflessione in momenti come questi, ancora attraversati dagli orrori delle
guerre.