L'autore
crea; e ogni creazione significa dare inizio. Ma a cosa si può (o si deve)
dare inizio? Ed è ancora possibile, oggi, iniziare qualcosa? Noi abbiamo ancora
inizi?
Mi sembra che la nostra cultura coltivi piuttosto il senso della
fine, del crepuscolo, della decadenza. Una stanchezza profonda caratterizza il
no-stro tempo. Parlo soprattutto dell'arte, del pensiero, della cultura, perché
la scienza e la tecnica di oggi, invece, sembrano molto promettere molte cose.
Fino a creare l'aspettativa che si possa sconfiggere la fine, che si possa rinviare
sine die l'ultima fine, la morte. Nei convegni scientifici si discute di organi
di ricambio, di interventi sul dna, di cloni e repliche de-gli uomini viventi…
Mai come oggi si affaccia nel dibattito culturale la prospettiva di una vita senza
la morte, senza la fine.
Questo avviene nei convegni scientifici. Invece
nella nostra vita quoti-diana avvertiamo un altro fenomeno: l'avanzamento, pervasivo,
totalita-rio, della tecnica e delle sue applicazioni. Parlo adesso della tecnica
e non della scienza. Quest'ultima, per suo statuto, si pone domande, parte dalle
domande. Invece la tecnica tende inevitabilmente ad appiattirsi sull'oggi a dare
risposte ai bisogni di oggi. Noi siamo soffocati dalle ri-sposte della tecnica.
Sembra che per ogni esigenza, materiale e spirituale, la tecnica, a saperla bene
maneggiare, ci dia una risposta. La risposta. Per esempio, su internet troviamo
tutto, perché i magazzini virtuali possono spedirci qualsiasi merce a casa, in
3 o 4 giorni, dopo che noi l'avremo pagata con una transazione immateriale, ma
concretissima, dalla nostra carta di credito. È il trionfo di ciò che è subito,
di ciò che è pratico, di ciò che è tecnico. Se possediamo la tecnica, avremo tutto
a portata di mano.
In parte è veramente così e, quindi, queste non sono
posizioni da bana-lizzare. Né da condannare a priori.
Noi siamo qui, oggi,
come autori. Autori di teatro, di testi teatrali, au-tori di saggi, di studi.
Autori di pensiero e di parole. Ma siamo qui anche come persone del nostro tempo
e siamo chiamati a misurare il nostro tea-tro, i nostri pensieri, i nostri studi
anche - forse soprattutto - con il mon-do velocissimo che ci ruota accanto. Siamo
uomini di pensiero ma anche uomini di tecnica, a cominciare da me, che ho scritto
queste pagine a computer e che le invierò in forma di file all'indirizzo mail
del Gatal. Della tecnica pervasiva in cui siamo immersi, noi non potremo più fare
a meno, ed è giusto, perché la tecnica può essere concretamente un aiuto al nostro
vivere.
Eppure, dicevo prima, noi dovremmo anche imparare a coltivare il
senso dell'inizio. La tecnica infatti non si pone il problema del prima o, appunto,
di come tutto è iniziato. No, perché la tecnica risponde alle esi-genze del momento
presente.
Noi invece, che siamo autori e uomini di pensiero, dobbiamo coltivare
anche altre dimensioni. In particolare, la dimensione delle domande, la dimensione
dell'ipotesi. Per capirci, vorrei citare una battuta che appar-tiene alla storia
del grande teatro: "Se il popolo udisse soltanto questo testamento, che, perdonatemi,
io non intendo leggere, tutti correrebbero a baciare le ferite di Cesare morto,
e immergerebbero i loro fazzoletti nel suo sacro sangue, sì!, chiederebbero un
capello per ricordo di lui e, morendo, ne farebbero menzione nei loro te-stamenti,
lasciandolo come ricco legato ai loro discendenti."
Siamo nel Giulio Cesare
di Shakespeare, atto III, scena seconda. Mar-co Antonio ha la parola, e accarezza
con il suo dire una pura ipotesi: Se il popolo udisse… In realtà non è una semplice
ipotesi, perché il popolo lo sta ascoltando in quel preciso momento, e la battuta
dell'oratore è rivolta precisamente al popolo romano. Ma Antonio si presenta come
uno che parla per ipotesi: Se il popolo ascoltasse…
Ebbene, che cos'altro
sono l'arte, la poesia, il pensiero se non una col-tivazione di ipotesi? Gli animali
coltivano il puro presente. Forse, dicono gli etologi, studiosi del comportamento
animale, essi custodiscono anche in qualche modo una certa memoria del passato.
Di certo però gli animali non hanno cognizione delle ipotesi, dei se, dei forse,
di quel che potrebbe essere, che forse è stato, e che forse sarà. Questa cognizione
è una pura prerogativa della specie chiamata homo sapiens. Con essa noi usciamo
dal presente puramente fattuale della tecnica, dall'orizzonte: bisogno-risposta
qui e ora, carta di credito - magazzino - consegna. "Ogni ipotesi è un rifiuto
dell'inevitabilità brutale, del dispotismo dei fatti. I 'farò', i 'sarò' e i 'se',
nel loro gravitare in campi intricati di forza semantica in-torno a un centro
o nucleo nascosto di potenzialità, sono le password ver-so la speranza" (George
Steiner, Grammatiche della creazione, trad. it. Garzanti 2003, p. 12).
Speranza,
dice Steiner. Ora, la speranza è un sentimento profondamen-te umano - forse il
più umano, di sicuro il meno animale. Cosa speriamo noi? E prima ancora: noi speriamo?
Avevo
cominciato con domande apparentemente diverse: È ancora possibile, oggi, iniziare
qualcosa? Noi abbiamo ancora degli inizi? Sono passato a quest'altra domanda:
Noi speriamo? Si può ancora sperare, og-gi?
Infatti si può iniziare qualche
cosa se si spera che questa cosa possa durare. Chi scrive, chi pensa, chi crea,
è una persona che - in modi diver-si - dà inizio: e se lo fa, è perché spera.
Un
po' tutti, allora, siamo autori, perché un po' tutti siamo chiamati quotidianamente
a dare inizio a una nuova giornata. Saremo gli autori di quella giornata. E se
ci alziamo dal letto per entrare nel mondo, è anche perché (è sopratuttto perché),
più o meno consciamente, noi speriamo. Se non sperassimo, saremmo già morti. Tutti
i vivi, parlo degli uomini, spe-rano; altrimenti sarebbero tutti morti. Noi speriamo
che le cose possano avere un senso. Che la vita meriti di essere vissuta. Che
ci siano risposte alle nostre domande. Sperare è scommettere sulla vita, per la
vita.
Per molti secoli l'oggetto delle speranze degli uomini è stato un
ogget-to religioso - così che sperare significava, in sostanza, pregare. Si spera-va
in qualcosa che sta fuori di me, e che io adesso non sono ancora; ciò implicava
per la cultura un orizzonte religioso. Questo vale anche per au-tori non immediatamente
religiosi (oggi si dice laici), come per esempio era Shakespeare. Il suo è un
teatro intriso di speranza, perché è un teatro che drammaticamente pone i suoi
personaggi a contatto con la fine - e con l'inizio (ricordate? Ero partito dall'inizio,
e ci ritornerò). Ora: che cosa in ultima analisi si spera, se non di non morire?
La vita umana av-viene, si snoda costantemente, giorno dopo giorno, nel contatto
con la morte. La fine delle persone che amiamo, delle cose che facciamo, persi-no
dei nostri ricordi e delle nostre cellule cerebrali - noi siamo in ogni i-stante
a contatto con la morte. Fino alla fine che ci attende, quando sarà, e come sarà.
Abbiamo dunque sommamente bisogno di speranza, per continuare a sopravvivere a
noi stessi. Solo così possiamo esorcizzare questo avvertimento della fine.
Il
grande teatro - ho citato Shakespeare - si misura a ogni passo con questi temi:
la morte e la speranza. Se riandiamo alla battuta del Giulio Cesare che citavo
prima ("Se il popolo udisse soltanto questo testamento, che, perdonatemi, io non
intendo leggere, tutti correrebbero a baciare le fe-rite di Cesare morto, e immergerebbero
i loro fazzoletti nel suo sacro san-gue, sì!, chiederebbero un capello per ricordo
di lui e, morendo, ne farebbe-ro menzione nei loro testamenti, lasciandolo come
ricco legato ai loro di-scendenti."), troveremo che essa non fa che porre le sue
ipotesi precisa-mente sotto il senso della morte e della speranza. Un grande capo
politico (Cesare) è defunto, e la città sembra non avere più speranza. Ebbene,
il delfino di questo capo, Marco Antonio appunto, indica al popolo una speranza.
La speranza del testamento: più avanti sapremo che essa si concretizzerà in un
lascito del defunto a ciascun cittadino romano. Così la speranza si concretizza
- si monetizza. Per Shakespeare, pessimista indagatore dell'animo delle folle,
è questa l'unica speranza che i cittadini romani possano accogliere. Infatti l'accoglieranno
e respingeranno la ben più pura speranza (speranza di libertà, oggi diremmo: di
democrazia) che l'altro oratore, Marco Bruto, è venuto quel giorno, sui rostri,
a proporre al medesimo popolo. Ma Marco Antonio, che è un oratore furbo, sa sol-lecitare
i suoi ascoltatori, prima ancora che sulla speranza dei soldi, su qualcosa di
ancor più pregnante e urgente: il sangue di Cesare, i capelli di Cesare, un ricordo
del passato, per continuare a vivere nel futuro - fi-no ai discendenti che oggi
non esistono e che esisteranno domani.
Questa è la dimensione del grande
teatro: oggi, ieri e domani. La morte e la speranza. La fine e l'inizio.
In
passato, dicevo, l'orizzonte della speranza è stato un orizzonte reli-gioso. Poi
è venuto il Novecento, il secolo in cui la speranza ha abbando-nato i territori
della religione e si è incamminata sui sentieri, più perico-losi, della storia
e della politica. La speranza si è incarnata nel bisogno della rivoluzione, del
grande ri-cominciamento; il passato non esiste più, esiste solo - per la cultura
contemporanea - il presente che noi poniamo.
I grandi disastri delle ideologie
novecentesche hanno dimostrato che una speranza incarnata solo nell'orizzonte
della storia, è destinata a pro-durre guasti infiniti e i mostri della guerra
continua, dello sterminio di massa, dell'Olocausto. Però la forza di quelle ideologie,
capaci di smuo-vere immense energie storiche e di mobilitare milioni e milioni
di perso-ne, fino all'estremo sacrificio, ci vengono a confermare che gli uomini
hanno, per vivere, bisogno di speranza come del pane quotidiano. Senza speranza,
non c'è vita umana.
Vorrei anche sottolineare un'altra cosa: quando i rivoluzionari
del No-vecento, a ogni latitudine, lavoravano per la rivoluzione, essi guardavano
solo al presente (da modificare: da rivoluzionare) e al futuro (l'alba ra-diosa
in cui tutto sarà, finalmente, diverso). Ignoravano accuratamente il passato,
l'inizio.
Noi invece - è la mia tesi di questa mattina - siamo precisamente
chiamati a confrontarci con il tema dell'inizio. Siamo anche chiamati, s'intende,
per i motivi che ho detto finora, a porci davanti alla questione della fine; perché
il nostro compito è dare speranza. Ma ci riusciremo, a dare speranza, - o meglio:
faremo pienamente la nostra parte - solo se appunto saremo chiamati a guardare
agli inizi. Dove tutto è cominciato.
Ma appunto: dove tutto è cominciato?
Cosa c'era all'inizio? La scienza ha coniato la stupenda metafora del big bang
- un'immagine in sé poeti-cissima - per dirci che tutto è iniziato con una grande
esplosione di ener-gia e di materia. Le tracce di quell'esplosione, dicono gli
astrofisici, si possono ancora "ascoltare", captare, sintonizzandosi (con i potentissimi
telescopi di oggi) sulle frequenze d'onda e gli echi ancora oggi derivati da quello
sconvolgimento iniziale.
Il big bang: l'inizio. Già, ma prima di quell'esplosione
cosa c'era? Che inizio c'era? Giacché è evidente che la materia non si autoproduce.
Qui le risposte variano o tacciono. C'è chi, prudentemente, dice che la scien-za
non può parlare di cose che appartengono alla filosofia e alle religioni. Ma la
filosofia di oggi sembra occuparsi quasi solo di segni e linguaggio (siamo nel
tempo della "svolta linguistica" come la battezzò Rorty) e non ha più né tempo
né voglia né coraggio per occuparsi, invece, dell'inizio. Cioè dell'essere. C'è
anche qualche filosofo che, meno prudentemente, dice che proprio lì sta l'inizio:
nell'energia e nella materia. Se uno dice così è perché, né più né meno, crede
nell'eternità della materia. Ma, o-bietto, se la materia è materia, può essere
eterna? Infinita?
Ora, non vorrei trasformare la mattinata nella ricerca
del punto zero in astrofisica. Ho parlato di questa tematica dell'inizio perché
credo che chiunque si occupi di umanità non dovrebbe cessare, lungo tutta la sua
vita e la sua attività, di porsi davanti alle questioni che ho sommariamen-te
accennato.
Noi siamo qui come autori. L'autore è colui che "crea" qualcosa,
che dà inizio a qualcosa, l'ho già detto. Oppure che fa crescere (in latino auc-tor
deriva dal verbo augere: "accrescere") qualcosa che era appena agli inizi. Lo
coltiva, lo sviluppa. Creazione è un atto supremo di cultura: cul-tura come "coltivazione"
dell'umano. Iniziare e sviluppare. Suscitare l'umano, custodire l'umano, anzitutto
dentro di me, e poi dentro gli altri: ecco il copmpito di ogni autore. Come lo
fu di quell'altro Autore, quello con la A maiuscola. Da Lui i grandi autori imparano
un'ulteriore opera-zione: portare a compimento ciò che hanno iniziato e sviluppato.
Così il cerchio si chiude: iniziare, sviluppare, dare compimento (dove il compi-mento
significa anche: la fine).
Il circolo iniziare / sviluppare / dare compimento
è cosa di pochi, dei grandi autori. Noi siamo chiamati perlomeno alle prime due
tappe: inizia-re, sviluppare. Siamo chiamati a questo, perché siamo autori. Le
persone comuni conoscono solo il primo momento (iniziare, cioè vivere). Noi ab-biamo
ricevuto una vocazione supplementare: dare inizio e far crescere, cioè coltivare
l'umano. Ciò significa porsi davanti (e porre davanti) so-prattutto ad alcuni
temi. Li ho già citati: i limiti di un orizzonte solo tec-nico-economico; l'ineluttabilità
della morte; il bisogno della speranza; il senso del futuro e il valore delle
ipotesi; il radicamento nel passato e la vocazione dell'inizio.
Questi
sono anche i temi del grande teatro, e della grande arte, e del pensiero che osa
pensare fino in fondo. Sono temi che fanno parte della dimensione migliore della
nostra vita. Esigono risposte, risposte persona-li, che devono venire da parte
di ciascuno di noi.
Ho delineato il nostro compito di autori, niente di
più e niente di meno. Non conta che il nostro pubblico siano migliaia di persone,
oppure grup-pi ristretti. Tanti o pochi che siano, preparati o meno che siano,
gli spet-tatori dei nostri allestimenti, i lettori dei nostri testi o dei visti
o degli stu-di, non possono non coltivare dentro di loro, in modo più o meno co-sciente,
quelle domande e quei bisogni che ho citato. Se siamo autori, è perché siamo chiamati
a contribuire a educare, cioè a far crescere, quei bisogni e quelle domande. La
nostra funzione non è anzitutto quella di dare risposte, ma essenzialmente quella
di far crescere le domande. Ren-derle consapevoli, profonde, vissute. Mettere
davanti ai grandi interroga-tivi la gente comune, quella che affolla gli ipermercati
e si collega a internet, e rischia di non aspettarsi più nulla, o di non sperare
in nient'altro che non siano degli oggetti o le vacanze o cose simili.
Concludo
con un'altra citazione di George Steiner: "Più che homo sa-piens, l'uomo è homo
querens ["che cerca, che chiede"]: l'animale che chiede senza tregua e si affaccia
ai confini del linguaggio e dell'immagine […] nella convinzione, eloquente o inarticolata,
metafisi-camente arcana, o immediata come il grido di un bambino, che esiste l''altro',
esiste il 'là fuori'" (op. cit., p. 23). Dare un nome a questo altro e a questo
fuori, o, più semplicemente, alimentare la percezione che ne abbiamo, sono il
nostro compito e la nostra dignità.
Paolo Di Sacco Giornata dell'autore
GATAL, Domenica 18 maggio 2008