LA
FILODRAMMATICA S. ELENA Roberto Lussignoli descrive la sua esperienza
La
nostra Compagnia è nata quattro anni fa presso la parrocchia S. Elena, in Milano.
L'inizio è stato abbastanza difficoltoso: c'era la voglia di fare, c'era un teatro
(piccolo), c'era il sostegno del parroco don Luigi Mazzoglio, ma non c'erano i
teatranti. Siamo praticamente partiti con un nucleo ridottissimo: il sottoscritto,
mia moglie Teresa Salone e pochi altri. Poi, come sempre accade quando si crede
in un progetto e si va avanti con convinzione, siamo cresciuti gradualmente sino
a formare un gruppo abbastanza numeroso suddiviso fra ragazzi, giovani e adulti,
senza contare coloro che hanno fatto fugaci apparizioni, probabilmente intimoriti
dall'impegno necessario per un'attività teatrale continua e dignitosa. Come
ovvio, oltre che fronteggiare le varie incombenze organizzative, con relativa
investitura a presidente, mi è subito toccato, data la generale inesperienza dei
compagni d'avventura, di impegnarmi nelle regie dei primi lavori, assistito in
parte da Teresa. Pensavo fosse una cosa divertente: esprimere la propria creatività,
il proprio estro, approfondire un testo, insomma fare cultura, recitare anche,
e così via. Avevo (anzi avevamo, includendo anche Teresa) un buon corredo di nozioni
frutto di partecipazioni a corsi di regia e di attore e assidue frequentazioni
di spettacoli, visti sempre con curiosità e voglia di apprendere. Silvio D'Amico
afferma: "Il regista deve capire un testo, tradurlo in spettacolo e, a tal fine,
saper intonare e manovrare gli attori, le scene, i costumi, le luci, i macchinari,
le musiche, le danze: questa è la regia". In pratica il regista deve fare tutto:
oltre a saper interpretare, guidare, insegnare, deve anche essere un po' musicofilo,
un po' scenografo e un po' costumista. Poi bisogna saper osservare, stimolare,
incoraggiare e, a seconda delle situazioni, essere paziente oppure severo e intransigente.
Capirete che, specialmente con i giovani o i ragazzi, non è semplice. E non dimentichiamoci
le difficoltà nella scelta del testo, nella ricerca degli interpreti, il dover
sostituire qualcuno in corso d'opera, l'incostanza nel frequentare le prove, la
mancanza di soldi per la costruzione di scenografie o per l'elaborazione di costumi.
Qualcuno fra gli amici filodrammatici ha, per caso, già vissuto questi drammi?
Penso quasi tutti, se no che filodrammatici saremmo? Ma tutta questa fatica
chi ce la fa fare? Ognuno avrà la sua risposta. In generale credo si tratti
di un morbo contagioso che, più o meno, tutti hanno contratto recitando da giovani,
con qualche punta in più di presunzione e incoscienza. Ma è un morbo che non uccide,
anzi, quando lo spettacolo fila e il pubblico applaude, ti fa sentire come al
settimo cielo. Allora dimentichi le fatiche, le discussioni e vorresti abbracciare
tutti, attori e non attori che si occupano un po' di tutto come, nel nostro caso,
Elena Manzoni, la segretaria; Valeria Sammartino, responsabile artistico e costumista;
Giorgio Manzoni, scenografo, e sua moglie Mirta, la saggia; Giuseppe Samarelli,
tesoriere, ossia colui che frena ogni iniziativa troppo audace perché: "non ci
sono soldi" e Davide Chiesa, che ha ricostruito il palcoscenico e tre quarti di
impianto luci, in collaborazione con altri amici. E come non citare Enrico
Ughetto, giovane vice presidente della Compagnia, attore, regista e autore di
testi già segnalatisi al Premio Teatro e in altre rassegne per il carattere innovativo
dei soggetti, come: Gateway, ispirato al mondo della fantascienza e
Notte, una sorta di psicodramma sviluppato in "quattro corti gotici" ispirato
al mondo dell'irreale (quest'ultimo in collaborazione con Mattia Bassani, altro
genialoide di S. Elena). Attualmente, col gruppo dei giovani, sta rappresentando
con successo, in diversi teatri della diocesi, una sua versione di Jesus Christ
Superstar. Quindi, con Teresa ed Enrico siamo in tre ad alternarci alla
regia. Capirete che con tre registi c'è spesso materia di contrasti su molte questioni,
ma ci sono aspetti sui quali teniamo ad avere una linea comune, come ad esempio
nella flessiblità circa l'adattamento dei testi alle realtà della Compagnia. Tempo
fa abbiamo messo in scena Rapsodia, di Ivano Bertoletti. Il testo originale
prevedeva tre ambienti diversi e undici personaggi. A causa delle ridotte dimensioni
del nostro palco era impossibile creare tre ambientazioni, e così Teresa si è
inventata una piattaforma girevole su cui prevedere due soggiorni di due case
distinte. Lo spazio libero restante è diventato un parco pubblico, con panchina.
Inoltre, avendo a disposizione solo sei attori, abbiamo adattato il testo, eliminando
i personaggi non essenziali e distribuito ad altri personaggi i dialoghi pregnanti
che risultavano orfani dell'interprete originale. In questo periodo stiamo
preparando l'allestimento di Processo a Gesù, di Diego Fabbri che prevede
oltre trenta interpreti, contro gli undici a nostra disposizione; anche in questo
caso abbiamo dovuto operare degli adattamenti utilizzando, per le parti non recitate
in scena, delle registrazioni, riuscendo comunque a conservare l'armonia di un
testo che ci affascina. Per quanto riguarda altri aspetti, cerchiamo di dedicare
molto spazio al dialogo con gli interpreti, spiegando ripetutamente posture e
intonazioni affinché corpo e voce siano in sintonia con il carattere del testo;
una certa cura alla dizione ma con proprietà e senza esagerare (un poveraccio,
un contadino ecc. che parlano con dizione perfetta stonano; una persona colta
che parla con cadenza dialettale fa venire la classica "pelle d'oca"). Un'
altra cosa ci trova (quasi) sempre d'accordo: la scelta dei testi. Non ci interessa
solo far ridere o riempire la sala, quindi cerchiamo di proporre testi impegnati
che inducano a qualche riflessione, anche se poi li alterniamo, a volte, con testi
scacciapensieri. Caso recente l'ultimo allestimento del gruppo adulti, tre
atti unici, diretti il primo da me e gli altri due da Teresa. La prima commedia,
Il grigio e il rosa di Gherardo Lombardo, racconta di un amore impossibile,
ma vero, che nasce in una casa di riposo per anziani. Le sue tematiche sono profonde:
1) l'amore è prerogativa solo dei giovani? 2) se una donna anziana, sola, parcheggiata
dai figli in un ricovero prova un sincero sentimento d'amore per un giovane, che
cos'è: una depravata? Toccante è il dialogo fra le due compagne di stanza;
il finale ridona serenità a Emma, grazie alla comprensione e all'amicizia di Marta.
Il secondo è un classico della drammaturgia del primo Novecento: La patente
di Luigi Pirandello. Un padre di famiglia, con moglie e figli a carico, viene
estromesso dalla collettività perché considerato uno "iettatore". Per questo,
da molti mesi gli è impedito di lavorare; per sopravvivere decide di sfruttare
questa sua terribile fama, e lotterà per ottenere una patente certificata: la
patente di iettatore. Il terzo, Giuan Padan, di Roberto Puddu, è puro
divertimento. Circa mezz'ora di battute divertenti, al limite dell'assurdo, raccontano
del Giuan, sfegatato leghista, e della sua famiglia. I suoi tre figli sono in
età da matrimonio, e di chi s'innamorano? Di tre extracomunitari, poveri in canna.
Le reazioni del Giuan sono violentemente spiritose; sollecita persino l'intervento
di don Attilio, famoso esorcista, e del Bossi, il "senatur". Sarà la furbizia
di Maria, la saggia moglie del Giuan, a portare serenità nella nuova famiglia
allargata. Come si può vedere, tre atti unici dai toni molto diversi: il testo
dal forte contenuto sociale, il testo classico, il testo comico-brillante. L'argomento
non si esaurisce qui di certo; ogni regista, ogni attore, ogni operatore del teatro
ha le sue idee, le sue esperienze, le sue passioni, alle quali è spesso difficile
rinunciare. Ci sono tanti manuali e tanti corsi che possono aiutare a migliorare
ma non ci sono ricette o soluzioni definitive, ognuno cerca di fare il meglio
che può, l'unica cosa a cui non si può rinunciare è fare teatro.