ROMOLO
IL GRANDE di Friedrich Durrenmatt Regia di Roberto Guicciardini
La
definizione di "… commedia storica che non si attiene alla storia", posta
a corollario del titolo del lavoro dell'autore svizzero Friedrich Durrenmatt (1921-1991),
appare azzeccata. Ci troviamo dinnanzi a una satira voluta e intelligente,
scritta con intenzioni precise da uno che sapeva fare teatro con trame paradossali,
affrontando problemi morali e politici mediante il grottesco: "… volto di un mondo
senza volto…", che non avrà mai "…perché le persone sono chiaramente corrotte
dal miraggio del potere e della ricchezza", come dice Brockett, a commento del
testo di Durrenmatt.
Romolo il grande, scritto nel 1949 e rielaborato ripetutamente
sino al 1964, è il racconto dell'ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo, così
chiamato perché ragazzino quattordicenne, che regnò dal 475 al 476, e venne poi
imprigionato da Odoacre presso Napoli. L'autore ne fa pretesto del proprio lavoro
e, appunto, "non si attiene alla storia", in quanto il Romolo personaggio della
commedia è un uomo maturo che in modo balzano governa l'impero. Circondato da
una corte di parassiti, fannulloni, macchiette varie e da una moglie arrivista
e ambiziosa, l'imperatore se ne sbatte di tutto e coltiva con passione soltanto
le sue galline, che gli danno le uova giornaliere e vengono chiamate con i nomi
dei grandi imperatori e patrizi del passato. In sostanza, Romolo, è rappresentato
come un pazzo. Mentre giunge notizia che i Germani, al comando di Odoacre,
stanno per arrivare a Roma, e bisogna difendere la patria, Romolo finalmente si
rivela per quello che è. Se tutti ne reclamano la difesa, magari scappando come
fa la moglie, lui imperturbabile afferma che non solo la patria non vuole difenderla,
ma che la stessa merita di perire, costruita com'è sui crimini e sul sangue sparso
per secoli, Roma e l'impero meritano ampiamente di sparire, e lui di morire. La
sua filosofia di vita, dedicata alle galline, ha sostegno in questa consapevolezza
di giudizio, lo sprezzo, cioè, di tutta la retorica storico imperiale. Quando
appare il vittorioso Odoacre e lo scudiero sta per trafiggerlo, il vincitore,
ulteriore macchietta della scenica galleria, si reclama ammiratore di Roma e vuole
come sottomettersi a Romolo, considerato un imperatore illuminato. Tutto inutile,
dunque, il comportamento del sovrano? Romolo rifiuta, i due si abbracciano come
vecchi amici, e Odoacre lo manda in villeggiatura con una lauta pensione. Il massimo
del dileggio.
Lo spettacolo, presentato al Teatro Carcano di Milano,
si avvale della scanzonata regia di Roberto Guicciardini, mossa da un ritmo cabarettistico,
esasperato, in sintonia con l'umorismo dell'autore che nella satira alla politica
considera "… il mondo come un mostro… che deve essere sopportato, dinnanzi al
quale però non deve esserci capitolazione". La sopportazione va fatta con allegria,
fuori dai canoni, ponendo attenzione alle quisquilie: i polli, con il ridicolo
dei nomi imperiali loro assegnati, un gioco piramidale, con tante pedine disposte
a starci. La conduzione registica si diverte a sparigliare personaggi e movimenti,
coadiuvata da musichette anni Trenta et similia, ma l'attenzione si appunta sui
dialoghi che fanno centro contro bersagli esatti e riconoscibili. La forza di
Durrenmatt è l'intelligenza verbale, le battute sorprendenti come frecce scagliate
alla pigrizia mentale della normalità. I numerosi attori si destreggiano divertiti
nelle movenze grottesche e illogiche che connotano la pazzesca corte imperiale,
motivando l'idiozia di Romolo di volere spazzare via tutto. Romolo stesso è reso
da Mariano Rigillo con bellissima verità satirica: egli crede a quello che crede,
tanto da comportarsi come un clown fuori di testa, ma è tremendamente saggio e
serio allorché proclama la sua verità. Perciò Durrenmatt gli riconosce una grandezza
al contrario. La volitiva imperatrice Giulia, di Anna Teresa Rossini, è ben resa
dall'attrice; la figlia Rea, che aspira all'arte teatrale, è una bella e brava,
e savia, Liliana Massari. I numerosi attori chiamati a sostenere la surreale atmosfera
dello spettacolo nei panni di personaggi al limite, e anche oltre, coronano ironicamente
lo spettacolo, premiato con molti applausi dalla platea del Carcano.